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L’unico giornalista buono
(e libero) è quello morto

Basilicata

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ERA una professione bellissima. Tutti i film non possono fare a meno di un giornalista. Perchè quella figura si porta dietro l’idea dell’avventura, della lotta, della voglia di giustizia. Ma qualcosa, negli ultimi dieci anni, si è incrinato. E il rapporto di fiducia e di rispetto con i lettori in qualche modo ne ha risentito. E chi fa questo mestiere sente attorno l’odio e il disprezzo. Si sente dire d’essere corrotto, comprato, venduto, della casta. Eppure il 90% dei lavoratori di questo settore non si sente affatto una casta. Tanti stanno economicamente peggio di un operaio, ambirebbero - dopo anni di precariato - ad avere uno stipendio minimamente dignitoso.
Poi arriva la strage di Parigi. Improvvisamente tutti si scoprono difensori della libertà di stampa. E sono tutti Charlie. E’ proprio vero che - riflettendo tra noi - l’unico giornalista buono è quello morto.
Perchè - non è un mistero - Charlie Hebdo non era certo un giornale amato, come quei 2 milioni di persone in piazza potrebbero far pensare. Al contrario. E non navigava certo in buone acque. Così come molti giornali. Ma - come ho letto tante volte in questi giorni - da noi non esiste la libertà di stampa, quindi di che parliamo. Loro erano coraggiosi, noi no. Siamo i soliti servi del potere.
Confesso di aver amato questo mestiere da quando ho avuto la facoltà minima di pensiero e parola. Quindi sono di parte. Però tutta questa campagna d’odio - in tanti si augurano che i giornali locali arrivino a vendere il tetto minimo per costringere gli editori alla chiusura - davvero mi lascia senza parole. E’ come se improvvisamente noi fossimo il male assoluto della società, il nemico da abbattere. Un tempo c’erano i grandi giornalisti, ora voi chi siete? Carta straccia.
Nasce così questa pagina - cui spero ne seguano altre - per raccontarvi oggi che cosa significa fare il mio mestiere. Perchè buttar fango su chi non si conosce è facile. E me ne accorgo quando poi mi confronto proprio con chi mi insulta.
Abbiamo attraversato grandi cambiamenti e questo ha inciso in qualche modo anche sulla qualità del nostro lavoro. E voglio raccontarli questi cambiamenti, per farvi capire cosa c’è dietro a un giornale. Magari inizierete a sentirci e vederci come persone. Che vivono sul vostro stesso territorio e che lavorano. E la perdita di un posto di lavoro è grave anche per quelli come noi. Perchè dietro di noi ci sono famiglie e problemi. Come succede a tutti.
E continuo a essere convinta che quello del giornalista sia ancora un ruolo importante, che non possono svolgere tutti. Non è così semplice e lo dimostrano i tanti che, spavaldi, sono entrati in una redazione convinti di poter fare meglio di chi c’erà. Ma sono spariti nel giro di una settimana.
Sono abituata a partire da una base di rispetto. Io so di non saper fare il cuoco o l’elettricista. E non mi permetterei mai di andare da loro a dire come dovrebbero fare il loro lavoro. Ma per i giornalisti è diverso, tutti nascondo un po’ l’ambizione di raccontare meglio degli altri. E non si rendono conto che il mio lavoro non è più solo quello.
Allora ci provo. A capire, raccontare e anche a confrontarmi. Sperando che questo che susciti semplicemente nuovi insulti, ma qualche proposta o idea.
Inizio dal passato, da quelli che facevano il mestiere meglio di noi.

a.giacummo@luedi.it

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