Salta al contenuto principale

Noi dobbiamo fare autocritica
ma l’opinione pubblica deve crescere

Basilicata

Tempo di lettura: 
6 minuti 52 secondi

«FARE il giornalista oggi non conviene. Almeno dal punto di vista economico. Ci sono miei vecchi compagni d’Università che hanno scelto altre strade e che oggi guadagnano quattro volte quello che guadagno io. E io arrivo a lavorare anche dodici ore al giorno, con tutti i rischi connessi. Se tornassi indietro, non credo farei più il giornalista».

Primo mito da sfatare: la casta, i giornalisti sono quelli ricchi.

Gianni Molinari è attualmente vice capo cronista al Mattino di Napoli, ha un passato ventennale all’Agenzia Ansa e diverse altre collaborazioni. Non proprio un precario quindi. «Ma da vice capo cronista io guadagno ora poco più di un’operaio non specializzato, con uno stipendio fermo da dieci anni. Perchè sono previsti meccanismi così assurdi per gli scatti di anzianità che, in pratica, niente nella mia busta paga è cambiato negli ultimi dieci anni. Economicamente davvero non conviene più, anche perchè questo è un lavoro senza orari».

E tu sei anche un privilegiato rispetto alla marea di precari nella nostra professione...

«Ci vogliamo dire la verità? Siamo troppi. Mille iscritti solo all’Ordine regionale della Basilicata sono oggettivamente troppi. E l’iscrizione all’Ordine non può comportare automaticamente il lavoro, non è mica un’agenzia di collocamento. Però si fa la corsa per arrivare a questo benedetto tesserino, come se quello desse la garanzia e il diritto a lavorare. Qual è l’offerta? Noi dobbiamo necessariamente capire che qui l’offerta è molto inferiore rispetto alla domanda».

Eppure proprio qui in Basilicata si è avvertita la necessità (è durata poco in realtà) di creare una scuola di giornalismo.

«Di quella esperienza si dovranno assumere le responsabilità gli ideatori e i docenti che ci hanno guadagnato. Come si è potuto pensare a una scuola in un mercato come quello della Basilicata? E’ assurdo».

Uno dei tanti errori di questi anni. Quali, a livello più generale, gli errori che ci hanno portato all’attuale situazione, quella che vede il giornalista perennemente sotto accusa? Cosa si è rotto nel rapporto con i lettori? Perchè ormai la fiducia in questa professione è caduta così in basso?

«Dobbiamo fare autocritica e anche in maniera seria. A mio avviso noi scontiamo ora dei gravi errori fatti in passato. In primo luogo c’è la questione della selezione della categoria. Il livello medio si è molto abbassato. E del resto per fare il giornalista basta avere la terza media. Si sono allentati i criteri per l’entrata ma senza pensare a una selezione che facesse entrare nella categoria solo quelli preparati, valutando i meriti insomma. E così sono tutti giornalisti ma spesso non sanno neppure l’italiano, figuriamoci il resto. Il secondo problema nasce con i vari Santoro. C’è stato all’inizio degli anni Novanta un certo tipo di giornalismo che alla gente è piaciuto. C’era quello che andava in casa del vicino del mafioso a chiedere se sapeva che quello era mafioso. E quello che accade ora è la conseguenza. Succede allora che di ogni evento noi dobbiamo fare la cronaca minuto per minuto, entrando nelle case e nella vita delle persone, come insegnano il caso Loris o quello di Elena Ceste, tanto per fare degli esempi recenti. E se dobbiamo fare un collegamento al minuto è chiaro che anche il rischio di errore aumenta. Certo poi va detto che quelle trasmissioni fanno poi milioni di telespettatori: allora piace quel modello? Io credo che il deterioramento sia complessivo, non riguarda solo i giornalisti, ma anche l’opinione pubblica. E c’è un ultimo problema: noi operiamo in un sistema di regole che è ormai vecchio e confuso. Ti trovi a trattare delle questioni che sono volutamente non chiare. Regole vecchie fatte da gente vecchia e spesso non anagraficamente ma mentalmente».

Sicuramente l’Ordine, così com’è ora, rappresenta assai poco le nuove condizioni dei giornalisti. Noi ormai dobbiamo fare i conti con tecnologie che ti consentono di fare ricerche in dieci minuti, loro hanno eliminato la macchina da scrivere dall’esame professionale nel 2008.

«Ripeto: regole e persone vecchie. Parliamoci chiaro: la carta stampata è finita è nell’ordine naturale delle cose che ciò accada. E per farti capire ti racconto cosa ci è capitato qualche tempo fa al Mattino. E’ arrivato un signore di 91 anni che aveva avuto dei problemi con l’abbonamento al giornale sull’Ipad. Mentre cercavamo di risolvere il problema ci siamo fatti una chiacchierata e lui ci ha detto di quanto a lui convenga leggersi il giornale così, perchè è anziano e uscendo per andare all’edicola può cadere. Oppure magari fuori piove o lui ha l’influenza. E gli anziani sono i principali lettori della carta stampata, figuriamoci. Eppure gli editori - che seguono modelli vecchi come l’Ordine - mica pensano a incentivare questo settore piuttosto che quello che sta morendo? Si potrebbero vendere copie digitali e incentivarne l’acquisto. Ma i prezzi restano immotivatamente alti e quel settore non decolla. E invece è un’opportunità».

Non sei chiaramente un nostalgico della macchina da scrivere e dei bei tempi andati...

«No. E sai perché? perchè io questa professione l’ho fatta davvero quando c’era la Lettera 35. E rifare il pezzo cento volte per un errore non era divertente. Oggi c’è un tasto e cancelli. E non rimpiango neppure l’odore delle tipografie. I titoli li dovevi andare a comporre in tipografia, all’una o le due di notte. Senza contare quante malattie sono state provocate dal piombo caldo. Qui in Basilicata tipografie non ce n’erano, ma quello era un mestiere a rischio, loro avevano contratti particolari con diversi giorni di pausa perchè i polmoni davvero li perdevi lì dentro. Ma di che parliamo? Io sono un ottimista e guardo sempre alle cose positive che può portare l’innovazione».

Anche per i posti di lavoro sei ottimista?

«Si sono perse vecchie figure, ma se ne sono create altre. Prima non c’era nessuno che faceva le app».

E parliamo di innovazione, di nuove tecnologie. Anche quelle danno un po’ l’impressione che questo mestiere sia superato...

«Quello che conta resta sempre la formazione, in che modo hai lavorato. Facebook, twitter sono degli strumenti, fare il giornalista è un’altra cosa. Io rido quando sento che il primo a dare la notizia delle Torri Gemelle è stato un fioraio di New York con un twitter. Quel messaggio lo ha letto il fioraio e i suoi amici. Quello che viene ripreso e fa il giro del mondo è il lancio dell’Ansa e sai perché? Perchè quando io faccio un lancio so per certo che quella notizia è vera al 100%, perchè è stata sottoposta a verifica. Poi, come in tutte le cose, se sei in grado di guidare il processo capisci anche quali sono le opportunità. E questo è un mondo ricco di opportunità, devi sperimentare e provare. E bisogna avere coraggio per relazionarsi con un mondo nuovo».

Questione libertà di stampa: perchè ormai i giornalisti sono sempre e solo “comprati e venduti”?

«Come ho detto noi come categoria dobbiamo fare una pesante autocritica, ma anche l’opinione pubblica in questo Paese deve crescere molto. Il giornale e i giornalisti sono dei venduti se non rispecchiano le mie opinioni. Ma nessuno ti obbliga a comprare quel giornale che, essendo un prodotto privato, ha tutto il diritto di avere una linea editoriale. Il giornale fa delle scelte e poi le paga anche. Questo non significa che tu non abbia il diritto di criticare - quando si è nell’agone pubblico lo si mette in conto - ma passare agli insulti anche personali per scelte che sono legittime è assurdo».

a.giacummo@luedi.it

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?