Salta al contenuto principale

San Carlo, morte in cardiochirurgia
La Cassazione dà ragione a Cavone

Basilicata

Tempo di lettura: 
4 minuti 7 secondi

POTENZA - La Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l’ordinanza del Riesame di Potenza che a novembre aveva negato la liberazione di Matteo Cavone.
Cavone è uno dei 3 cardiochirurghi del San Carlo di Potenza accusati di omicidio colposo per la morte di Elisa Presta, 71enne calabrese, durante un trapianto di valvole aortiche. Ed è anche la voce registrata nell’audio shock, rimbalzato sui principali media nazionali, che confessa di aver «lasciato ammazzare» la donna dai colleghi.
Il Riesame aveva dato molto peso a quelle parole, in cui Cavone accusava il primario Nicola Marraudino di una manovra “killer”: il clampaggio (chiusura con una pinza o un attrezzo chiamato “clamp”, ndr) prolungato della vena cava. Manovra che avrebbe provocato lesioni celebrali definitive. D’altro canto aveva confermato l’esistenza dei gravi indizi di colpevolezza nei suoi confronti per omicidio colposo. Come prospettato dalla procura. Per cui la morte sarebbe stata provocata da una drammatica emorragia iniziata col l’apertura dello sterno. Quando in sala operatoria c’era il terzo medico a processo, Matteo Galatti. Prima dell’arrivo in soccorso di Cavone e poco dopo del primario Marraudino.
Perché la Cassazione abbia deciso di rinviare la questione a un nuovo giudizio davanti al Riesame si saprà soltanto col deposito delle motivazioni. Ma l’evidente contrasto tra le due ricostruzioni dell’accaduto non era sfuggito ai legali difensori di Cavone, Donatello Cimadomo e Carmela Gioscia.
Di fatto, se si prende per buona la sua versione “audioregistrata”, non si capisce che tipo di responsabilità avrebbe avuto Cavone. Dopo aver manifestato il suo dissenso a Marraudino rispetto alla manovra che stava effettuando, Come sostengono i due avvocati. Tantomeno il bisogno di una misura cautelare nei suoi confronti.
Oggi intanto riprenderà il processo a carico dei tre cardiochirurghi, con l’inizio delle deposizioni dei testi dell’accusa.
Resta anche da capire cosa deciderà il Tribunale a proposito delle registrazioni effettuate di nascosto all’interno del reparto, che hanno portato il caso alla ribalta delle cronache nazionali. Inclusa quella in cui Cavone diceva di aver «lasciato ammazzare» la paziente.
Alla scorsa udienza il Tribunale si era riservato di vagliare la loro ammissibilità in un secondo momento, dato che per farlo ne andrebbe identificato l’autore. Cosa che la procura ritiene di aver fatto, salvo che il diretto interessato smentisce in maniera categorica. Perciò dovrebbe essere sentito a sua volta in aula.
L’accusa nei confronti di Marraudino, Cavone e Galatti, resta comunque di omicidio colposo in concorso, perché «nonostante l’avvenuto decesso della Presta», a causa della lesione di una vena durante l’apertura dello sterno e di un maldestro tentativo di ripararla, «l’intervento veniva continuato e portato a termine, con l’inutile e programmata sostituzione della valvola e il successivo trasferimento del paziente già morto in terapia intensiva».
Una messinscena - secondo il pm Annagloria Piccininni - necessaria per «alterare quanto realmente accaduto», e la presenza di Galatti in sala operatoria in violazione alle norme sull’utilizzo dei medici che smontano dal turno di notte. Per questo Marraudino, che «sarebbe stato considerato direttamente responsabile dell’accaduto (...) anche in una prospettiva di eventuali richieste risarcitorie», è accusato anche di falso in atto pubblico.
La morte di Elisa Presta era finita sotto la lente degli investigatori dopo un dettagliato esposto anonimo recapitato in Procura nell’autunno del 2013. L’ultimo di una lunga serie ambientato nei corridoi della cardiochirugia del San Carlo, dove i veleni accompagnano ciclicamente l’avvicendarsi dei primari “esterni” e le ambizioni frustrate degli altri.
Ma il caso sarebbe salito alla ribalta delle cronache nazionali soltanto lo scorso agosto con la diffusione online della “confessione” shock di Cavone.
La ricostruzione dell’accaduto effettuata da Cavone, sposata dal Riesame appenna annullato dalla Cassazione, differisce non poco con quanto sostenuto dai periti della Procura.
Secondo i giudici del Tribunale della libertà non si può escludere «l’efficienza causale della manovra di clampaggio (chiusura con una pinza o un attrezzo chiamato “clamp”, ndr) della vena cava», effettuata da Marraudino per fermare l’emorragia in corso, «nella produzione dell’evento mortale». Per questo il collegio presieduto da Luigi Barrella, Silvia Palladino estensore e Angela Matella consigliere, si spinge a sostenere che dal momento in cui è stata effettuata la manovra: «la vicenda si inserisce in un quadro di responsabilità caratterizzato da elementi che sembrano collocarsi al limite della gravissima negligenza professionale, ai confini della consapevole accettazione del rischio della morte della paziente per danno celebrale, profilo quest’ultimo che sarà oggetto di valutazione approfondimento in sede dibattimentale».

l.amato@luedi.it

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?