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Morte al San Carlo
L’intervista al primario che discolpa Cavone

Basilicata

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POTENZA - Ha sempre detto di essersi opposto alle decisioni del primario Nicola Marraudino. Ma i magistrati del Riesame non gli hanno creduto. Nemmeno di fronte a un’intervista in cui Marraudino ammetteva il contrasto in sala operatoria. Cosa che non è sfuggita in Cassazione.
Sono state depositate martedì sera le motivazioni dei giudici del Palazzaccio sul caso di Michele Cavone, uno dei tre cardiochirurghi del San Carlo di Potenza coinvolti nel caso di Elisa Presta.
La sentenza ha accolto il ricorso dei suoi legali, Maria Carmela Gioscia e Donatello Cimadomo, che si erano opposti all’ordinanza di misure cautelari nei confronti del loro assistito. Arrestato a ottobre assieme al primario e al collega Matteo Galatti. E poi rimesso in libertà con l’obbligo di firma.
Al centro della decisione c’è un’intervista pubblicata a Dipiù da Nicola Marraudino. Intervista sconfessata in seguito dal primario, che ha negato di aver mai incontrato l’autore. Ma finita lo stesso agli atti dell’inchiesta assieme allo scambio di email con chi si nascondeva dietro la firma apparsa sulla pagina.
Quanto sia stato sincero il loro dialogo si capirà meglio più avanti, dato che il giornalista è stato indicato tra i testi da convocare in Tribunale.
Ma tanto basta secondo la suprema corte, per cui il tribunale del Riesame «avrebbe dovuto esaminare in ragione della loro decisività, anche solo per escluderne la rilevanza, le deduzioni e produzioni difensive tendenti a dimostrare che lo stesso dottor Marraudino avesse riferito a terzi, nella specie un giornalista, che il dottor Cavone aveva manifestato aperto dissenso rispetto al suo operato».
I legali di Cavone avevano evidenziato diverse contraddizioni e profili di illogicità nella sentenza del Riesame di Potenza. Come come il fatto di aver individuato «il riscontro» al mancato dissenso rispetto alla presunta manovra “killer” eseguita dal primario «nelle reticenti dichiarazioni» di due persone presenti in sala operatoria. Salvo dire, allo stesso tempo, che le parole di Cavone davanti al gip erano state «genuine». A prescindere «dalla corrispondenza via e-mail intercorsa tra il dottor Marraudino e un giornalista».
Probabile, quindi, che le stesse questioni verranno riproposte a tempo debito nel processo per la morte di Elisa Presta, 71 anni, durante la sostituzione di una valvola cardiaca. Processo che si sta svolgendo a Potenza e riprenderà il 30 aprile per sentire alcuni dei colleghi dei 3 cardiochirurghi imputati.
L’accusa nei loro confronti resta comunque di omicidio colposo in concorso, perché «nonostante l’avvenuto decesso della Presta», a causa della lesione di una vena durante l’apertura dello sterno e di un maldestro tentativo di ripararla, «l’intervento veniva continuato e portato a termine, con l’inutile e programmata sostituzione della valvola e il successivo trasferimento del paziente già morto in terapia intensiva».
Una messinscena - secondo gli inquirenti - necessaria per «alterare quanto realmente accaduto», e la presenza di Galatti in sala operatoria in violazione alle norme sull’utilizzo dei medici che smontano dal turno di notte. Per questo Marraudino, che «sarebbe stato considerato direttamente responsabile dell’accaduto (...) anche in una prospettiva di eventuali richieste risarcitorie», è accusato anche di falso in atto pubblico.
La morte di Elisa Presta era finita sotto la lente degli investigatori dopo un dettagliato esposto anonimo recapitato in Procura nell’autunno del 2013.
Ma il caso sarebbe salito alla ribalta delle cronache nazionali soltanto lo scorso agosto con la diffusione online della “confessione” shock di Cavone, che in un audio registrato di nascosto all’interno del reparto ammetteva di aver «lasciato ammazzare» la donna dai suoi colleghi e puntava il dito in particolare contro il primario.
La ricostruzione dell’accaduto effettuata da Cavone differisce non poco con quanto sostenuto dai periti della Procura, per cui la causa della morte sarebbe stata un grave shock emorragico. Eppure di recente anche il Riesame aveva sposato la sua tesi, affermando che non si può escludere «l’efficienza causale della manovra di clampaggio (chiusura con una pinza o un attrezzo chiamato “clamp”, ndr) della vena cava», effettuata da Marraudino per fermare l’emorragia in corso, «nella produzione dell’evento mortale».
A dicembre Cavone è stato licenziato dal San Carlo per aver gettato discredito sull’azienda nel suo sfogo “privato” rilanciato dai principali media nazionali. Nonostante non sapesse di essere registrato.

l.amato@luedi.it

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