Salta al contenuto principale

Se i Turchi mettono pace
I numeri della parata e il bisogno di narrazione social

Basilicata

Tempo di lettura: 
4 minuti 42 secondi

POTENZA – 131 stendardi appesi ai balconi di Potenza, uno per Comune, per far diventare la Storica parata dei turchi (o semplicemente sfilata, fate voi) «la festa del capoluogo». E magari invitare una città turca, come pure in un'edizione passata si fece, o «addirittura Matera», mettendo da parte invidie e campanilismi. No, non è una novità dell'ultim'ora in vista dell'evento di fine mese bensì gli intenti messi sul tavolo dai partecipanti all'incontro dell'altro ieri sera dedicato alla “Narrazione dei turchi” con il chairman Paolo Albano al Grande Hotel: l'idea per i prossimi anni è, ristrettezze economiche a parte, fare della rievocazione storica – anzi no, neanche questa definizione va bene, come vedremo – un appuntamento destagionalizzato, che duri 365 giorni con tappe di avvicinamento programmate nei quartieri della città. Per creare l'attesa e, appunto, alimentare la narrazione di un tassello identitario che fa comunità.
Va in questa direzione anche il suggerimento, da parte degli organizzatori, a indossare gli abiti d'epoca (ne sono stati realizzati ben 600 dagli artisti-artigiani potentini) già da qualche giorno prima della parata. Che è «una leva di marketing territoriale» resa però monca dalla «mancanza del racconto della città», commenta Michele Cignarale, melfese di nascita e potentino di adozione dopo una parentesi a Siena dove ha potuto confrontarsi con un altro evento fortemente identitario, il Palio, che attrae ben altri numeri e muove un indotto neanche lontanamente paragonabile a quello lucano. Secondo Cignarale, che tra le altre cose fa parte del web team di Matera («il valore aggiunto nella vittoria della Capitale della cultura 2019»), anche a Potenza serve un social team, fosse anche di volontari, che, con un'operazione di merchandising immateriale, «venda un pezzo di territorio da raccontare ad altri, che diventeranno a loro volta dei moltiplicatori dal basso e testimonieranno l'orgoglio di esserci».
Sì, ma non parliamo di Matera, parliamo di San Gerardo!, sorride Rosario Avigliano dal tavolo della Terrazza, non risparmiando però un richiamo alla Festa della Bruna: «Quella avrà pure una valenza antropologica, ma qui dobbiamo vestire mille persone». Il suo è un excursus che parte dal prete Raffaele Riviello e dall'impostazione che la parata ebbe dal XIX secolo agli anni '50 del XX e passa dallo «stravolgimento» del compianto Tonino Larocca che la rese una «rievocazione storica» in abiti d'epoca. Adesso la sfilata si articola sul filo rosso di una triplice contaminazione storica (1100: il tempo di San Gerardo, 1578: l'ingresso del conte Alfonso de Guevara da Porta Salza narrato sull'atto del notaio Scafarelli e infine proprio il tempo di Riviello), ma «la nostra non è una rievocazione, per cui accettiamo le critiche magari su un bottone sbagliato...». Un rischio che si corre se solo i figuranti sono 700.
L'operazione quasi “filologica” di recupero interessa però alcuni aspetti come la “iàccara”, la torcia di 10 metri che un tempo metteva in gara le famiglie e che dal 2010 è tornata: da quest'anno la costruiscono i portatori. Anche la “macchina”, un tempio per il Santo patrono, era in passato motivo di gara tra artigiani davanti alla sede del Municipio.
I tempi sono cambiati. Gli sfottò del pubblico, a cui chi sfilava poteva rispondere di tutto, sono regolamentati da un rigido vademecum comportamentale in 19 punti, mentre 6 «banditori microfonati» canzoneranno a loro volta i turchi in 4 punti della città: campo sportivo, Sant'Anna, via XVIII Agosto e piazza Prefettura. L'idea è di Tonino Centola.
Per capire la crescente fascinazione di cui la parata gode tra i potentini bastino qualche aneddoto e una scelta simbolica come la decisione di riportare il santo a spalla. Gli aneddoti: i figuranti convocati a largo Duomo che non sapevano dove si trovasse (!) eppure sono arrivati puntualissimi, le “ raccomandazioni” per fare i principi e non i popolani o le contadine (una ragazza ha rifiutato di indossare l'abito tipico di Ferrandina) oppure vedere il proprio figlio nei panni di Gerardo pur non avendone i requisiti richiesti (età 8/11 anni, nome Gerardo e natali potentini). Segnali non da poco se si pensa che una volta figuranti e portatori si pescavano tra i ragazzi del Convitto – e venivano obbligati – o si dovevano incentivare con vere e proprie paghette.
Viene anche ricordata la meritoria sferzata che i Portatori del Santo, gruppo fresco di 18esimo compleanno, hanno impresso all'evento assieme a tutte le altre associazioni volontarie. L'assessore comunale Annalisa Percoco ricorda l'iniziativa del sindaco che ha voluto rendere i Portatori dei «custodi del Tempietto» oltre che ambasciatori di aggregazione socio-culturale in un progetto che interessa i quartieri della città.
Corsi e ricorsi: nel 1995 il Tg3 lucano parlava di un'edizione “sobria” per le casse comunali all'asciutto, adesso si sorride ma con la determinazione di chi «sa friggere il pesce con l'acqua e fare la frittata senza uova». Resta intatta la voglia di esserci, a costo di tornare dai luoghi della diaspora, magari per vivere emozioni come nell'edizione 1981, quella del dopo-terremoto. Ma, come qualcuno ricorda nel pubblico, tanto va a finire sempre che «l'anno scorso era meglio!». Magari la narrazione social – sulla quale Avigliano si mostra possibilista – servirà anche da osservatorio e valutazione sul già fatto.
“Letti di sera” ha così concluso il suo ciclo in terrazza: venerdì prossimo appuntamento in piazza del Sedile. Ma cresce l'attesa per l'incontro di metà giugno sull'economia spiegata coi Beatles, dal titolo dell'ultimo libro di Federico Rampini. Intanto godiamoci i Turchi.

e.furia@luedi.it

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?