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Tra il 2006 e il 2017, nel comparto sanità il deficit si è ridotto e quasi annullato nelle Regioni del Sud sottoposte al monitoraggio o controllo dei ministeri della Salute e dell’Economia, mentre è raddoppiato nelle Regioni del Nord a Statuto speciale che godono di maggiore autonomia e libertà di spesa. Lo certifica la sezione “Autonomie” della Corte dei conti in una relazione al Parlamento sull’attuazione del federalismo fiscale.

«Laddove il monitoraggio esterno si riveli meno incisivo – scrivono i giudici contabili – a fronte di maggiori spese si verifica che non ci sia chiarezza sulla ragione delle stesse (è il caso di Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia, Trento e Bolzano), oppure che si vengano ad accumulare significativi disavanzi (è il caso della Regione Sardegna). Per contro, nelle Regioni sottoposte a monitoraggio (“leggero” o più stringente per gli enti in piano di rientro dal deficit) si è riscontrato un netto miglioramento dei risultati di gestione”.

I NUMERI

E in effetti i numeri sono eloquenti: tra il 2006 e il 2017 il deficit si è ridotto nelle Regioni sottoposte a monitoraggio, passando da -1 miliardo ad appena -82 milioni. Stesso andamento per le Regioni sottoposte a Piano di rientro, quindi a un controllo ancora maggiore, dove il deficit è passato da -4 miliardi a -223 milioni.

Risultato opposto nelle Regioni a statuto speciale e nelle due Province autonome del Nord, dove la Corte dei conti rileva una diversa tendenza: da -600 milioni nel 2006 a circa a -1,2 miliardi nel 2017. In sostanza, il disavanzo è raddoppiato. Questo, quindi, fa dire alla Corte dei conti che troppa autonomia nella gestione del comparto sanitario potrebbe essere controproducente sul controllo delle spese.

«All’analisi suesposta – si legge nella relazione dei magistrati contabili – conseguono diverse considerazioni. Una prima riguarda l’efficacia degli interventi di contenimento della spesa. Ed invero, laddove lo Stato non ha strumenti d’intervento diretto sulla dinamica di spesa, le politiche di contenimento sono state meno efficaci. Le Regioni a statuto ordinario, infatti, sono soggette a monitoraggio annuale ovvero, qualora in disavanzo, a più verifiche tecniche in corso d’esercizio relativamente al piano di rientro sottoscritto».

Per i magistrati, questo determina anche «un rilevante profilo di criticità» nella «determinazione del fabbisogno sanitario nazionale e del relativo riparto tra le Regioni». Per questo evidenziano che «sarebbe certamente auspicabile che almeno il fabbisogno per l’erogazione dei livelli essenziali di assistenza (Lea) in condizioni di efficienza e appropriatezza, presentasse regole procedurali univoche sul territorio nazionale e tempestivamente recepite da tutti gli enti territoriali, così da permettere una più agevole valutazione dei costi della sanità nei diversi contesti territoriali».

LE DISEGUAGLIANZE

Non solo: la Corte dei conti pone un’altra questione che riguarda la qualità del servizio offerto. «Ultima considerazione, ma non per rilevanza, riguarda la qualità – si legge – e le condizioni di erogazione delle prestazioni sanitarie sul territorio nazionale. Come si è avuto modo di osservare nel referto al Parlamento sulla gestione finanziaria dei servizi sanitari regionali per l’esercizio 2016 in virtù delle diverse normative regionali, sul territorio nazionale non vengono erogate le medesime prestazioni sanitarie né agli stessi costi: l’accesso ai servizi sanitari, dunque, non avviene attualmente in condizioni di eguaglianza tra tutti i cittadini. E ciò è tanto più grave se si considera la recente pronuncia della Corte costituzionale secondo la quale è necessaria una delimitazione finanziaria dei Lea definiti “spese incomprimibili e necessarie”, rispetto alle altre spese sanitarie: la reale copertura finanziaria dei servizi, data la natura delle situazioni da tutelare, deve riguardare non solo la quantità ma anche la qualità e la tempistica delle prestazioni costituzionalmente necessarie».

Sul tema la Corte si era già espressa nella relazione sulla gestione finanziaria dei servizi sanitari regionali, sottolineando come dal 2012 al 2017, nella ripartizione del fondo sanitario nazionale, sei regioni del Nord avessero aumentato la loro quota, in media, del 2,36%; altrettante regioni del Sud, invece, già penalizzate perché beneficiarie di fette più piccole della torta dal 2009 in poi, avevano visto lievitare la loro parte solo dell’1,75%.
Tradotto in euro, significa che, dal 2012 al 2017, Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Toscana hanno avuto dallo Stato 944 milioni in più rispetto ad Abruzzo, Puglia, Molise, Basilicata, Campania e Calabria.

COME CRESCE IL DIVARIO

Ecco come è lievitato, anche dal punto di vista della qualità dei servizi offerti, il divario tra le due aree del Paese: mentre al Nord sono stati trasferiti 1,629 miliardi in più nel 2017 rispetto al 2012, al Sud sono arrivati solo 685 milioni in più. «Nel 2017 – scrivono sempre i magistrati – con qualche lieve variazione rispetto agli anni dal 2012 al 2016, il 42% del totale delle risorse finanziarie per la sanità è assorbito dalle Regioni del Nord, il 20% dalle Regioni del Centro, il 23% da quelle del Sud, il 15% dalle Autonomie speciali».

Diseguaglianze ancora più palesi se analizziamo la spesa pro-capite: nel 2017 lo Stato ha mediamente investito 1.888 euro per ogni cittadino, tutte le Regioni meridionali, tranne il Molise (2.101 euro pro capite), spendono meno della media nazionale. In particolare la Campania (1.729 euro), la Calabria (1.743), la Sicilia (1.784) e la Puglia (1.798).

La spesa pro capite più alta si registra invece nelle Province autonome di Bolzano (2.363 euro) e Trento (2.206), in Liguria (2.062), Val d’Aosta (2.028), Emilia-Romagna (2.024), Lombardia (1.935), Veneto (1.896).

Altri indicatori confermano che, ogni anno, al Nord arrivano maggiori trasferimenti da Roma destinati alla sanità: dal 2017 al 2018, ad esempio, la Lombardia ha visto aumentare la sua quota del riparto del fondo sanitario dell’1,07%, contro lo 0,75% della Calabria, lo 0,42% della Basilicata o lo 0,45% del Molise. Lo stesso Veneto, nel 2018, rispetto al 2017 ha ricevuto lo 0,87% in più.

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