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Gaetano Paludetti

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«Uno dei problemi più gravi della sanità è che i politici hanno gonfiato gli ospedali di personale amministrativo inutile e costosissimo, perché è molto più facile piazzare un amministrativo, che un medico. L’altro problema è che hanno creato una classe di paramedici totalmente indipendente e separata dai medici che non sono più agli ordini dei medici e dunque fanno quello che vogliono. Sono molto favorevole alla specializzazione degli infermieri, ma non possono svolgere secondo me una professione separata da quella del medico, perché alla fine, se c’è una contestazione è il medico che risponde davanti al giudice e non gli infermieri. Questi sono due punti nodali, ma non i soli, nei malfunzionamenti della medicina oggi in Italia».

Il professor Gaetano Paludetti, primario del Policlinico Gemelli a Roma, è stato appena eletto Presidente della società di otorinolaringoiatri.

Ha cinquantadue anni, è sicuro di aver avuto il meglio dalla sua professione il meglio che poteva avere. E si sente altrettanto fortunato sul piano personale perché, malgrado lo sgretolamento della società, può vantarsi di avere avuto una splendida famiglia paterna e una non meno splendida famiglia nella vita presente. Ma pensa anche che la situazione sanitaria sia fortemente scompensata e che i medici abbiano molte colpe: «Vedo crescere il numero dei medici che impongono ai pazienti operazioni inutili soltanto per guadagnare. Non succede soltanto per i medici. La gerarchia del denaro anziché dei meriti e delle qualità è ormai un difetto dell’intera società, ad imitazione di quella americana. I soldi sono diventati l’unica misura della gerarchia sociale, e questo è un forte peggioramento rispetto al passato».
Lei è un otorino. Quando noi comuni pazienti sentiamo la parola otorino, pensiamo a tonsille, adenoidi e orecchie.

È giusto?

«No, è sbagliato. Di tonsille e adenoidi mi occupo pochissimo, mentre oggi questa branca della medicina fa cose meravigliose. Abbiamo una tecnologia che ci permette di salvare i bambini nati sordi, quelli che sarebbero diventati sordomuti, e a quattro anni li mandiamo a scuola come gli altri. E lo facciamo anche per i grandi sordi che si troverebbero improvvisamente dal mondo. E poi siamo in grado di passare dal naso per fare interventi endoscopici sul cervello e possiamo operare tutte le forme di cancro della testa e del collo. Ci sono tumori per operare i quali è necessario prendere un osso dalla gamba e metterlo al posto della mandibola: operazioni faticosissime e delicate che durano anche dieci ore».

Togliere le tonsille o lasciarle, è stata una questione di trend diversi e di mode: prima le toglievano tutte, poi meno, e oggi?

«Si tende a lasciarle in pace e conservarle, ma ce ne sono di molto malate».

Lei ha curato anche il papa Giovanni Paolo secondo. Arrivò da lei in condizioni disperate e lei gli fece un buco in gola per non farlo soffocare. Come andarono le cose?

«Il papa arrivò in condizioni catastrofiche, non respirava e sarebbe morto di lì a sei mesi, ma non per questo problema. Vidi subito che bisognava fare una tracheotomia, ma sembrava che dovessi operare senza anestesia e sarebbe stata veramente dura. Per fortuna l’anestesista riuscì a intubarlo. Io volevo tranquillizzarlo: Santità, gli dicevo, non è una operazione grave. Sì, certo, rispondeva lui, non sarà grave per lei ma per me è gravissima. Soffocava perché aveva una malattia neurologica con reflussi terribili e crisi di soffocamento».

Come è andata col Covid?

«Per noi al Gemelli non è stata una cosa terribile perché abbiamo seguitato a lavorare nel nostro reparto, specialmente per i tumori».

Fino a un anno fa, i medici erano sotto l’attacco dell’opinione pubblica. Poi con l’epidemia e tutti i morti fra medici e paramedici, siete diventati tutti eroi. E adesso? Qual è il trend?

«Prevedevamo dopo il Covid l’attacco legale. I medici morti si dimenticano facilmente e subito dopo cominciano gli avvocati. E infatti adesso comincia il processo alle strutture sanitarie. Già siamo già un po’ meno eroi. E qualcuno cerca di far passare una sanatoria per i medici e un’altra per i direttori sanitari: due mondi separati. Altra stortura nella medicina ospedaliera. Come si fa a proteggere separatamente i direttori dagli altri medici?»

Di che cosa sente più la mancanza nella sanità di oggi?

«Del primato dell’etica. Tutti pensano solo a far soldi e i pazienti imparano a sentire tre o quattro e anche cinque pareri, perché non si fidano più. Tutti avvertono quest’uso immorale della medicina: ti opero perché ti posso spillare un po’ di soldi con interventi assolutamente non necessari e discutibili. Questo alimenta la diffidenza e la gente va a sentire due, tre, quattro pareri perché non si fidano più. Guardi quello che è successo al Santa Rita a Milano dove ti operavano di tumori anche se non ce li avevi. E al Santa Rita erano contenti, perché la sanità privata punta al lucro se non è integrata con quella pubblica: il privato va benissimo, ma soltanto insieme al pubblico. I privati non possono garantire la rianimazione, il pubblico può farlo. Le operazioni intra-moenia sono più affidabili di quelle fatte in luoghi in cui cercano di operarti per forza, anche se potresti essere curato con un po’ di fisioterapia».

E che rimedi vede?

«Prima di tutto si dovrebbero abbassare i tariffari. Rendere non lucrative un sacco di piccole operazioni inutili o poco utili».

E che altro?

«Sono state saltate due generazioni di medici. I più giovani sono stati assunti a cinquant’anni. Per anni abbiamo avuto troppi medici, ora sono troppo pochi, hanno gonfiato gli amministrativi per soddisfare i politici e oggi la medicina ha bisogno di nuovo ossigeno. Dunque gli osservatori dovrebbero dire quanti medici occorrono e fare un piano per ottenerli, quindi si dovrebbe risparmiare su una fetta enorme della torta amministrativa che esiste solo per soddisfare il clientelismo e rimettere nella giusta posizione i rapporti fra medici e paramedici».

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