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Ci sarebbe da riflettere sul Turismo sganciato dalla Cultura che, di fatto, viene depotenziata, privata di un settore trainante per il Paese evidentemente ritenuto non in stretta correlazione con i Beni Culturali, ma lo faremo magari in un’altra circostanza.

Qui riportiamo quel che, nei giorni scorsi, le delegazioni del cinema e dell’audiovisivo hanno presentato come istanze urgenti al nuovo Presidente del Consiglio, Mario Draghi, nelle ore del suo insediamento.

I maggiori rappresentanti di un’industria che fattura miliardi di euro all’anno – ricevuti ad onor del vero grazie alle sollecitazioni del ministro Dario Franceschini – hanno chiesto compatti non la riapertura delle sale (come erroneamente riportato da molti) ma la garanzia di “condizioni ottimali” alla base della ripartenza del comparto più debole e flagellato della filiera: l’esercizio.

Servirebbe a poco una riapertura delle sale il 5 marzo a macchia di leopardo in base al colore delle regioni, in un clima ancora di coprifuoco. Le associazioni di categoria sono andate a dire a Draghi due cose: che loro sono pronte a ripartire, ma soprattutto che dovranno essere trattate da industria, e non equiparate – con tutto il rispetto – a palestre e ristoranti.

Perché aprire i cinema in Umbria, in Puglia o in Liguria e non in altre regioni arancioni, e il non poter utilizzare gli spettacoli serali per via del rientro a casa alle 22, creerebbe solo un’apparente normalità: le distribuzioni non sarebbero disposte a sacrificare i film in una situazione così disomogenea, parziale e non definita con un piano strategico a livello nazionale.

Sarebbe un ulteriore danno. Significherebbe il definitivo colpo di scure ad un comparto in ginocchio che non vede l’ora di rialzarsi, forte – e di questo ne parleremo assai – di titoli importanti e pronti a riportare gente in sala.


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