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Rita Hayworth

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Ci sono voluti decenni per iniziare a concepire il cinema non solo come sequenza di immagini in movimento, ma di un’unità omogenea in cui le stesse, oltre a scorrere, raccontino una storia. Ha richiesto ancora più tempo l’eliminazione dello stereotipo che pone la figura maschile come unica protagonista di un film, indipendentemente dalla natura della trama.

È innegabile che molte delle grandi glorie creatrici della settima arte siano di sesso maschile, ma grazie a stimoli come il personaggio di Gilda Farrel (Miriam Hopkins) che, nella commedia di Lubitsch Partita a quattro (1933), non sa chi scegliere tra i due uomini che la corteggiano, o l’immortale Ellen Ripley (Sigourney Weaver) che nel capolavoro di Ridley Scott Alien (1979) rimane l’unica superstite dopo l’attacco di una creatura aliena, è nata l’idea che il corpo del cinema può avere forme più delicate e sinuose rispetto a quelle che ci sono sempre state proposte, ma il percorso che ha reso la donna protagonista, non è stato semplice.

Sia per l’idea in cui la figura maschile è associata a una primordiale sensazione di sicurezza, che per una radice di pensiero patriarcale, la donna è sempre stata relegata ad un certo tipo di comportamenti e modi, perciò il cinema non ha quasi mai conferito ai ruoli femminili la giusta identità. Ciò che emergeva era una realtà in cui la donna trovava il suo spazio all’interno dei film, vincolata però nell’interpretazione di figure legate solo alla sessualità o alla famiglia.

Il cambiamento avvenne con l’evoluzione sociale che, nella seconda metà del Novecento (in particolare negli anni 60 con l’elevato numero di movimenti culturali e moti di rivolta), permise alla figura femminile di emergere, ma la svolta fu l’abolizione del codice Hays, una serie di linee guida morali che fino agli anni 50 governò e limitò le produzioni cinematografiche, isolando la donna in schemi recitativi e parti prestabilite.

Con questa mutazione si iniziarono a produrre molte più pellicole che ponevano la donna al centro della storia, creando trame basate sulle loro gesta, infatti, dalla metà del secolo scorso, nacquero le grandi icone femminili del cinema, alla pari di quelle maschili, non più così uniche.

Molte sono le pellicole che rappresentano questo passaggio, si guardi, ad esempio, il film Aurora del 1927 di Murnau, antecedente all’evoluzione prima citata, importante, infatti, non solo per l’unicità della trama ma anche per il periodo in cui è uscito. In questa pellicola un uomo, annoiato dalla monotonia della vita contadina, subisce il fascino di una giovane donna che lo induce a compiere azioni terribili per fuggire insieme. L’elemento femminile è, chiaramente, il nodo centrale della vicenda, in grado di plasmare l’abitudinarietà di un uomo radicato nei propri principi che, fino al suo arrivo, non avrebbe mai modificato.

Andando avanti nel tempo è impossibile non citare la grande interpretazione di Rita Hayworth che, ne La signora di Shangai di Orson Welles del 1947, assume la forma della donna infedele che ricerca la sua libertà tentando di togliersi di dosso il modello di “femme fatale” imposto da una società vissuta solo dal punto di vista maschile.

Passando a ruoli più drammatici, è unica l’interpretazione di Sophia Loren che, nel film La Ciociara di Vittorio De Sica del 1960, interpreta Cesira, una povera vedova romana che, insieme alla figlia, tenta di sopravvivere ai bombardamenti dei tedeschi nella Seconda Guerra Mondiale. La diva romana ci regala una prova attoriale che è passata alla storia, riuscendo a rinchiudere tutti i dolori e le frustrazioni di un’epoca all’interno della figura che rappresenta: una madre preoccupata per la sopravvivenza della figlia.

Il già citato Alien è un altro caso in cui la figura femminile è al centro del racconto, ma la peculiarità del film è proprio il ruolo che Sigourney Weaver rappresenta, quello del tenente. Nel film, infatti, viene descritto un personaggio che già dall’inizio è un elemento di forza, determinato proprio dal grado militare a cui appartiene.

Ultimo, ma non meno importante, è un altro capolavoro di Scott, ovvero Thelma e Louise del 1992. Vera e propria metafora dell’emancipazione femminile, raggiunta attraverso un percorso di distaccamento dalla routine che vive giorno dopo giorno. I volti del film sono le bellissime Geena Davis (Thelma Yvonne Dickinson) e Susan Sarandon (Louise Elizabeth Sawyer) che incarnano perfettamente il prototipo di donna senza paura, in grado di compiere anche gesti estremi per non perdere la libertà che ha ottenuto.


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