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Toni Servillo e Silvio Orlando in una scena

Tempo di lettura 4 Minuti

DICE di avere un aspetto innocuo e un fisico tutt’altro che predisposto alla violenza ma questa volta in Ariaferma, film di Leonardo di Costanzo presentato Fuori Concorso a Venezia e in sala a partire dal 14 ottobre con Vision Distribution, Silvio Orlando interpreta il ruolo di un ex criminale, detenuto autorevole che sa imporsi e farsi rispettare anche solo con uno sguardo.

Attore con una lunga carriera alle spalle, che spazia dal cinema al teatro e alla televisione, torna sul grande schermo in coppia con un altro straordinario interprete, napoletano come lui e della sua stessa generazione, Toni Servillo, e simpaticamente commenta: «Per me è stato un bell’incontro di wrestling!».

In Ariaferma Orlando e Servillo interpretano i ruoli rispettivamente di carcerato e carceriere, attorniati da un piccolo gruppo di guardie e detenuti, tutti bloccati in attesa di trovare una nuova destinazione.

Inizialmente lei e Servillo avreste dovuto interpretare i ruoli opposti, ma alla fine la parte del cattivo è toccata a lei.

«Io sono una persona abbastanza innocua, ho un aspetto rassicurante, per questo mi hanno fatto sempre interpretare ruoli di grande umanità. Il ruolo naturale da assegnare a me sarebbe stato quello della guardia carceraria. Invece il mio personaggio si presenta subito come un uomo pericoloso, con un grande spessore criminale alle spalle e come leader del piccolo gruppo di detenuti che si trovano in questo carcere. Il mio personaggio ha un carisma negativo e sinistro sin dall’inizio ed è stata un po’ questa per me la difficoltà».

Come ha accolto la proposta di questo film?

«Inizialmente avevo mille dubbi, ma, quando, grazie a Leonardo Di Costanzo, ho compreso che il vero protagonista della storia era il carcere in sé, si sono diradati e ho ricevuto la graditissima sorpresa di scoprire che tutto quello che ci si potrebbe aspettare da un film carcerario, le fughe, i bagni di sangue, in questo film non c’è, non accade. C’è solo la necessità di cucinare una genovese, che è una ricetta napoletana».

Che rapporto c’è stato tra lei e Toni Sevillo sul set?

«Con Toni ci siamo un po’ annusati. Come attori abbiamo avuto inizialmente un percorso molto simile nella Napoli degli anni 70, ma poi abbiamo preso strade diverse: lui ha seguito una carriera molto coerente, mentre io sono stato un po’ più avventuroso, ho fatto mille cose diverse. Negli anni Toni ha assunto il ruolo di guida di noi altri attori in generale, un leader carismatico, per cui con lui si ha sempre quasi paura di essere interrogati e di non essere abbastanza preparati. Sorprendentemente invece ho trovato una persona buffa e divertente. Io raramente ho riso tanto sul lavoro. Il rapporto con lui è stato istruttivo e divertente».

La vedremo presto anche ne Il Bambino Nascosto di Roberto Andò ambientato proprio nella sua città natale. Che rapporto ha con le sue origini?

«Tornare a lavorare in un ambito molto campano è stata una fortunata casualità. Non ho girato tantissimi film a Napoli. Ad un certo punto mi sono trasferito e mi sono staccato dalla città e dai vari gruppi di lavoro che si creavano. Ho perso alcune situazioni, ma ne ho conquistate altre. La mia tendenza è quella di immaginarmi un po’ cittadino del mondo. Perché Napoli purtroppo, nel bene e nel male, rischia di schiacciare la tua identità, diventa ingombrante, come una sorta di zavorra che ci si porta dietro nella vita. È una città particolare, non riconciliata, diversa dalle altre, vivace, a volte anche violenta, ma sicuramente mai banale. Certamente è un’ottima palestra per gli artisti che si devono confrontare con un luogo dal carattere forte, stratificato e spesso stereotipato che ti porta a recitare anche nella vita stessa».

Questi mesi di pandemia e chiusure per il cinema sembrano in realtà aver portato una grossa ventata di rinnovamento. Cosa ne pensa?  

«Dal 2016, a parte la parentesi di Lacci l’anno scorso di Daniele Luchetti e della serie sui Papi di Paolo Sorrentino, avevo un po’ smesso di fare cinema, anche se ovviamente non se ne era accorto nessuno! Questi ultimi due film mi hanno riportato al cinema in maniera meravigliosa e penso che questa pandemia ci insegni che stare un po’ fermi a pensare e a maturare di più le idee sia una cosa che serve, a me è stato utile. Come il fermo biologico che si usa fare nella pesca, in questo caso per far rinascere le idee e l’entusiasmo. Questo anno e mezzo di sospensione forse per il cinema è stato utile: c’è stata un’esplosione di bellissimi film».

A quali altri progetti sta lavorando?

«Ho preso parte al film di Paolo Virzì, Siccità, mentre in teatro sono in tournée con La vita davanti a sé, con la mia compagnia».


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