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Un'aula di tribunale

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Lo strapotere dei Pubblici Ministeri, le paludi della giustizia italiana, i nodi giurisprudenziali mai risolti che negli anni si sono aggrovigliati sempre più.

È una materia complessa quella affrontata da Giuseppe Gargani nel volume “In nome dei Pubblici Ministeri” – dalla Costituente a Tangentopoli: storia di leggi sbagliate (Lastarìa 2021, pagg. – euro 14.90). Un libro che ha avuto diverse edizioni ed ora torna in libreria in una nuova veste aggiornata, segno evidente della sua originaria carica profetica e della natura sempre attuale dei contenuti.

Gargani affronta gli anni di Tangentopoli che hanno sconvolto l’Italia, mette in evidenza tutte le contraddizioni di un sistema legislativo e giudiziario non sempre adeguato.

Politico di lungo corso, avvocato docente di materie giuridiche, già sottosegretario al ministero della Giustizia (dal 1979 al 1984) e poi Presidente della Commissione Giustizia, Gargani si pronuncia in virtù della sua pluridecennale esperienza all’interno delle istituzioni democratiche ed evidenzia anche le mancate opportunità, le chance perse proprio durante l’operazione Mani Pulite: “Se il Pool – scrive – non avesse fatto i processi al «sistema», ma avesse individuato e distinto le diverse fattispecie e quindi le diverse responsabilità personali e politiche, sarebbe stata una grande stagione di iniziativa giudiziaria in cui l’esercizio degli elementari diritti di difesa degli imputati avrebbe impedito che si eliminasse una intera classe politica, che «si rivoltasse il paese come un calzino» secondo l’intuizione lirica del PM Davigo, che si distruggessero tutti i partiti, tranne uno. Sarebbero stati colpiti i corrotti, non la corruzione, non la politica, non si sarebbe fatta una finta rivoluzione, ma una grande operazione di giustizia”.

Nella sua prefazione, il giornalista Mattia Feltri ricorda l’apporto ricevuto proprio dall’esperto giurista: “Conosco Giuseppe Gargani ormai da qualche decennio, da quando giovane cronista del «Foglio» lo intervistavo sulle questioni di Mani Pulite, ed è stato anche attraverso quelle conversazioni che ho maturato un’idea del Diritto come della più alta delle discipline di cui l’uomo si possa dedicare”.

Feltri apprezza il volume anche per il focus che realizza sulle distorsioni del sistema che una giustizia malata finisce per produrre: “L’Italia ha il più alto numero di detenuti in attesa di giudizio (cioè innocenti) d’Europa. Ogni anno mille persone, quasi tre al giorno, vengono imprigionate e poi saranno assolte. E le prigioni sono luoghi sovrappopolati, sconci, oppressivi e inadatti allo scopo – il recupero del condannato – a cui le democrazie le hanno votate. Ma di questo pochi si scandalizzano e pochissimi si curano”.

A curarsene, invece, è stato negli anni lo stesso Gargani, in numerose occasioni. Il libro – che riporta integralmente l’intervista fatta con il giornalista Carlo Panella sulle tematiche più scottanti – considera quello della giustizia come il problema fondamentale per la democrazia.

Non solo parole, perché l’estensore del volume, negli anni in cui fu Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, formulò proposte di modifica delle norme di procedura penale per regolare meglio l’attività del PM soprattutto nell’applicazione della custodia cautelare.

Una proposta che ebbe ampi consensi ma poi fu aspramente combattuta: “Si trattava – ricorda Gargani – di una interpretazione autentica di alcune norme che ebbero consenso della Commissione Giustizia anche da parte del PCI, ma si determinò una polemica ostile contro di me e contro chi aveva consentito l’approvazione di quelle norme”. Le polemiche furono tante e non se ne fece nulla. Questo libro scomodo, invece, fa ancora la sua parte nello smuovere lo stagno.

Se Dino Risi fosse ancora vivo ne trarrebbe un film, rendendolo alla sua maniera. Il volume aiuta il popolo italiano a comprendere che “In nome dei Pubblici Ministeri” si sta in parte impaludando il processo italiano.


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