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I numeri – sempre, nei periodi di quiete così come nel caos della pandemia – non mentono. A patto che ci sia qualcuno che sappia trarne la verità.

Se la domanda è «Le Regioni italiane si stanno comportando bene nei confronti dell’emergenza sanitaria?», la risposta non può che venire dalla statistica. Esperto di statistica è il professor Paolo Harabaglia, per la cronaca autore (insieme a Vito Marchitelli, Claudia Troise e Giuseppe De Natale) dell’articolo scientifico “On the correlation between solar activity and large earthquakes worldwide” pubblicato il 13 luglio scorso su Scientific Reports del gruppo Nature in cui si avanza un’ipotesi che potrebbe rivoluzionare tutto ciò che fino a oggi si conosce sui terremoti. L’ipotesi che il sole dia – diciamo così – la spinta decisiva ai terremoti, cioè quella che determina se il movimento tra le rocce arrivi o meno al punto di rottura e dunque si sviluppi la scossa tellurica.

Harabaglia è sì un geologo, ma si occupa soprattutto di sismologia statistica. In forze all’Università degli Studi della Basilicata, specializzatosi al prestigiosissimo Mit di Boston, Harabaglia è abituato a far parlare i fenomeni collettivi, a misurarli ed estrarne il senso qualiquantitativo espresso in cifre.

E i numeri – nella speciale ricerca che spiega al Quotidiano del Sud – dicono che in Italia alcune Regioni si stanno comportando bene e altre male. Alcune molto male. I dati grezzi sono quelli del dipartimento della Protezione civile.

«Prima di tutto – spiega Harabaglia – i dati che utilizzo sono sempre inerenti alla media o alla somma degli ultimi sette giorni, ossia quelli del giorno in questione più gli altri sei precedenti. In tal modo riesco a filtrare le anomalie che si osservano nei fine settimana, anche se registro il fenomeno con un po’ di ritardo».

Cinque gli indicatori che lo studioso ha preso in considerazione: la media di ospedalizzazioni negli ultimi sette giorni per milione di abitanti («Le ospedalizzazioni – specifica – sono un dato molto più certo che non i positivi in quanto moltissimi asintomatici non verranno mai rilevati»); il numero medio di deceduti negli ultimi sette giorni per milione di abitanti; il numero medio degli ospedalizzati rispetto ai positivi sempre negli ultimi sette giorni sommato al numero medio dei deceduti sempre rispetto ai positivi, il tutto poi diviso 2; il numero totale di tamponi effettuati negli ultimi sette giorni per milione di abitanti; il numero totale di tamponi a nuove persone effettuati negli ultimi sette giorni, sempre per milione di abitanti.

«I primi tre punti combinati – entra nel dettaglio Harabaglia – ci dicono come risponde il sistema sanitario. Dobbiamo immaginare che in media l’85% dei casi dovrebbero essere asintomatici, il 10% non gravi e solo il 5% dovrebbe richiedere il ricovero con l’uno per cento che rischia di morire. Tuttavia le varie regioni non utilizzano i medesimi protocolli, quindi ad esempio in Veneto e in misura minore in Lombardia vi sono pochi ricoveri ma molti di questi hanno esito infausto (in certi momenti in Veneto anche il 30%)».

«Al contrario – prosegue – il Lazio ha il ricovero facile, quindi molti ricoverati e una percentuale molto più bassa di deceduti fra di essi. Se gli altri indicatori sono buoni o accettabili il parametro 3 (il numero medio di deceduti negli ultimi sette giorni per milione di abitanti, ndr), qualora sia compreso fra il 2% e il 10%, non è molto indicativo. Tuttavia se le ospedalizzazioni sono elevate, i deceduti pure e l’indicatore 3 è molto alto, come nel caso della Puglia, lo stesso indicatore ci dice un’altra cosa: non si tracciano positivi a sufficienza. In Puglia è attorno al 6%, il peggiore, seguito dalla Liguria».

Combinando dunque i numeri medi dei deceduti con il numero di tamponi (e nuovi tamponi) per milione di abitanti si può avere una buona indicazione di come si lavori sul territorio in termini di prevenzione e tracciamento.

Gli ultimi due indicatori peraltro sono spesso in contrasto: «Un forte numero di casi testati nuovi – chiarisce il docente universitario – è essenziale ma questo può andare a detrimento del monitoraggio quotidiano delle categorie a rischio».

C’è un criterio fondamentale per comprendere se un sistema sanitario regionale operi bene o meno: «Prima di cercare nuovi casi nella popolazione – sottolinea Harabaglia – bisogna monitorare le categorie a rischio di trasformarsi in superdiffusori, ossia operatori nel settore sanitario e delle residenze per anziani. Questi dovrebbero essere testati almeno una volta alla settimana. Io sono a conoscenza del solo Friuli Venezia Giulia ma per quanto ne so i tamponi sono eseguiti solo per il personale che lavora alle Asl».

«Non credo ad esempio che nessuna regione monitori sistematicamente i medici di base – continua – Quante persone appartengono a queste categorie? I dati non si trovano, ma dati Istat nazionali (credo piuttosto vecchi) ci dicono che i soli operatori sanitari, inclusi i medici di base ma esclusi ad esempio gli inservienti negli ospedali o i portantini delle ambulanze, sono circa 700.000. Non mi meraviglierei pertanto se il totale delle categorie soprammenzionate fosse attorno al 2.5% della popolazione. Aggiungendo a questo lo screening per tracciare gli infetti e i tamponi necessari per certificare l’avvenuta guarigione, significa che ogni settimana i tamponi dovrebbero essere almeno pari al 3.5% della popolazione, quindi il numero totale di tamponi effettuati negli ultimi sette giorni per milione di abitanti dovrebbe essere almeno pari a 35.000. Le regioni che meglio lavorano in questo senso, Veneto e Provincia Autonoma di Trento, sono a meno della metà».

Lo strumento con cui Harabaglia ha deciso di analizzare la situazione italiana è un “algoritmo”. Parolina magica che di solito troviamo accostata alle ricerche su internet, perché anche i motori di ricerca ne utilizzano uno. E’ in pratica un procedimento sistematico di calcolo che, in questo caso, utilizzando i parametri scelti dà una valutazione numerica giornaliera.

La formula è la seguente: V =log10( 1013 * {P1 * [massimo fra P2 e 0.001] * P3 } / { [ P4 – P5 ] * P5 }).

Così circostanzia l’accademico: «Devo necessariamente usare un massimo fra il parametro P2 e una soglia minima che ho fissato in 0.001 perché in caso di assenza di deceduti il valore della valutazione V andrebbe a zero e questo sarebbe fuorviante. Inoltre, come già detto, gli indicatori P4 e P5 lavorano uno contro l’ altro e da qui la formulazione [ P4 – P5) ] * P5. I primi tre stanno sopra la linea di frazione e gli altri due stanno sotto. Voglio infatti che i primi tre siano i più piccoli possibile e gli altri due siano i più grossi possibile. Più V è grosso, peggiore è la valutazione. Per favorire la visualizzazione moltiplico V per 1013».

L’esito di questo ragionamento – complesso ma non ingarbugliato – è la tabella che leggete in queste pagine, che prende in considerazione il periodo che va dal 23 agosto al 17 settembre. Per comprenderla, bisogna considerare la progressione dei colori che – da quello che marca la situazione peggiore a quello che invece identifica quella migliore – sono nero, marrone, rosso, arancio, verde chiaro, verde scuro. L’azzurro indica i dati contraddittori.

Ed ecco le conclusioni nelle parole di Harabaglia: «Ci sono regioni migliori (poche) e peggiori (molte). A mio parere Puglia e Liguria sono le maglie nere (come il codice colore che va dal nero al verde scuro). Bisogna specificare che alcune regioni hanno popolazioni naturalmente isolate, come la Basilicata, e quindi anche se i tamponi sono ridicoli la situazione regionale rimane ottima».

I dati di Basilicata e Calabria risentono di un problema: entrambe le regioni non forniscono il dato sui nuovi casi testati. Per mantenere un significato all’analisi il docente dell’Unibas ha sostanzialmente “inventato” il dato scegliendo i due ultimi parametri moltiplicati per il rapporto medio giornaliero fra gli stessi delle altre regioni italiane.

Come si può osservare leggendo la tabella – sulla quale si trovano i dati giornalieri di ogni parametro e poi il numero che dà il “voto” quotidiano alla Regione – le due province autonome di Trento e Bolzano, al pari del Friuli Venezia Giulia, ottengono i risultati migliori: caselle verde scuro nell’ultima settimana. Per trovare un’altra regione messa bene si deve attraversare tutta la penisola e scendere nel Sud: è proprio la Basilicata a fare l’en plein di caselle verdi, anche se con lo scorrere dei giorni la situazione ha un peggioramento lieve ma continuo. Con questo andamento, il passaggio dal verde all’arancio è garantito: i tamponi sono troppo pochi. Anche il Molise non è male ma vi sono problemi sui dati dei tamponi.

Calabria, Piemonte e Marche sono in miglioramento, grazie soprattutto all’assenza di decessi, mentre gli altri sono insufficienti. Dove stanno le insufficienze gravi? In Puglia e in Liguria. La Puglia è migliorata negli ultimi due giorni ma resta un sorvegliato speciale, visto che è solo a frazioni di punto per ritornare al “nero: secondo la ricerca del professor Harabaglia, non attua politiche efficaci di contrasto al coronavirus. Seguono poi Lazio, Sardegna, Campania e Sicilia. Gli altri non menzionati sono, in base allo studio, comunque bocciati.

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