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Una vista panoramica di Cosenza

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Le classifiche non privilegiano normalmente il Sud. Come quelle famose sulla qualità della vita, che fanno i maggiori quotidiani economici, che ci fanno scoprire, magari ai primi posti, realtà nelle quali molto di noi non vorrebbero vivere. Perché si sa come dice Pino Daniele “Napule è na’ carta sporca e nisciuno se ne importa”; nel senso che vi sono alcune caratteristiche che sono meno facilmente trasformabili in elementi quantitativi, ma che fanno di alcune realtà delle aree in cui vivere bene, malgrado tanti limiti.

Ma in questo caso possiamo essere molto orgogliosi del posizionamento di Cosenza. Perché riuscire a brillare tra le stelle del Nord, le cui amministrazione comunali hanno in genere molte più risorse a disposizione, in contesti virtuosi e competitivi, è molto più meritevole e dimostra che anche in contesti difficili, alla fine da parte di amministratori accorti si può ben operare per il bene comune. Evidentemente non è una rondine che fa primavera, nel senso che non cambia molto del complessivo posizionamento dei capoluoghi di provincia del Sud, ma tale graduatoria dimostra che si può, se si vuole, operare bene, con le stesse norme e con le risorse scarse di tante altre città meridionali, che invece spesso rimangono in un degrado non più accettabile.

Una buona notizia quella che vede Cosenza ai vertici della classifica, un quinto posto conquistato dopo aver scavalcato ben sei posizioni rispetto alla classifica del 2019. Ma sorpassato città come Biella, Verbania, Treviso, con grandi tradizioni burocratiche, che nelle città del Sud, e quindi anche a Cosenza, non sono state mai di casa. È vero che è una rondine visto che per ritrovare gli altri capoluoghi di provincia meridionali dobbiamo scendere al 28esimo posto con Oristano o al 31 con Avellino, che però sono vicine e strette in classifica tra Milano, Venezia e Bergamo.

Tutte le 104 province italiane anche in questa ennesima classifica, la 27 esima di Ecosistema urbano, l’indagine condotta da Legambiente, in collaborazione con Ambiente Italia, confermano le tradizionali attese, negative, con ben cinque capoluoghi di province siciliane tra il 97 esimo ed il 104 esimo ed ultimo posto.

Questa notizia dopo quella di ieri sui commissari della sanità calabrese, può essere di insegnamento ad un Governo che ritiene che alcune nomine devono essere fatte cercando tra professionalità che magari siano nati al di fuori della regione in oggetto. Mentre in realtà Cosenza dimostra come invece ci possano essere professionalità di livello, ma non c’era bisogno del quinto posto della città calabrese per scoprirlo, anche nelle realtà meridionali. Infatti quello che bisogna modificare come approccio è quello di far prelevare il merito sull’appartenenza, la professionalità sulla militanza politica.

Infatti non è questione di località di nascita quella che può fare la differenza. Perché come è ovvio possiamo trovare manager di ottimi curricula, che siano nati in qualunque parte d’Italia. Credo che le due occasioni che riguardano la Calabria, da un lato Cosenza, reginetta della classifica Green, e dall’altro i due commissari della sanità calabra, uno che non sapeva che doveva occuparsi del piano Covid, provocando un danno enorme e l’altro semi negazionista, in carica ancora, che scende da Cesena, con la macchina guidata dall’autista pagato dall’amministrazione, ci fanno scoprire due aspetti che possono evidenziare approcci contrapposti. Al di là dei luoghi comuni prevalenti che vedono il meridionale, malavitoso e perlomeno inoperoso e sciatto. Aspetti che non è vi è dubbio che riguardino alcuni amministratori delle aree meridionali, ma che non possono diventare caratteristiche che pregiudizialmente riguardino tutti.

Purtroppo la gestione del Covid 19 ha evidenziato come tutte le situazioni che stressano qualunque merito o vizio, i mali italici delle nomine per credo politico e per appartenenza, sono patrimonio anche di quei partiti politici che hanno fatto della serietà e della professionalità la caratteristica del loro operare, come fatto scontato, e che poi si scopre invece che utilizzano gli stessi sistemi deteriori dei quali accusano gli altri.

Per cui le nomine avvengono a soggetti che non hanno le caratteristiche che servono, le conferme come quella del commissario Arcuri, senza che i risultati siano stati nemmeno sufficienti, in una continuità che non viene scalfita da qualunque tipo di fallimento operativo si sia consumato. E non c’è nulla che può far mutare prassi consolidate di una classe politica che, chiusa in una turris eburnea, malgrado un mondo che sta crollando in una competizione viziosa tra centro e periferia, mentre la situazione si aggrava per una mancanza di capacità di preparazione ad una seconda ondata che tutti sapevano sarebbe arrivata. Come nella cronaca di una morte annunciata di Gabriel García Márquez, tutto si svolge come se fosse inevitabile pur essendo tutti a conoscenza dell’esito finale.

Per cui il mantra :”speriamo che il Covid non arrivi al Sud perché li sarebbe un dramma “ non fa agire perché le strutture sanitarie , che tutti sapevano erano state depauperate da una spesa procapite molto più bassa che al Centro Nord, fossero rese adeguate per reggere una ondata che tutti si aspettavano. Si è lasciato che le situazioni procedessero con i ritmi di una gestione ordinaria, trovando anche il tempo il ministro della sanità per scrivere e correggere un libro, in un momento in cui non doveva avere il tempo per andare dal barbiere per non dire altro.

Con una inconsapevolezza del momento che fa strano rispetto a gente che, in perfetta buona fede, ha ritenuto che quello fosse l’approccio corretto al problema. Lo si vede dalla ingenuità/ protervia con la quale si propone una difesa di comportamenti che stanno portando a danni economici rilevanti oltre che a crisi sanitarie per le quali molti malati non potranno essere curati.

Ci si aspetterebbero dimissioni di tutti i vertici coinvolti, ed invece come nel romanzo di Marquez, sembra che non poteva esserci altro esito che quello che porterà ad una chiusura di un Mezzogiorno, che pur avendo un clima meno favorevole al contagio, considerato che vi è meno smog, pur avendo numeri più limitati, riesce a subire danni altrettanto gravi delle aree dove lo smog è stato vettore prevalente dell’epidemia. E mentre sarebbe opportuno che si sfruttasse l’occasione per tornare a compartimenti virtuosi e diversi, sembra che lo tsunami in corso non fa mutare di una virgola le vecchie abitudini.

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