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Il presidente della Repubblica Sandro Pertini sui luoghi della tragedia

Tempo di lettura 3 Minuti

di STEFANO VECCHIONE

INIZIA in Giappone la diffusione del videogioco Pac-Man e a New York è arrestato Michele Sindona per il fallimento della Franklin National Bank. Un mese dopo è indiziato anche per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli.

Il 1980 è un annus horribilis per l’Italia: il 27 giugno, alle 20:45, scompare dai radar, 40 miglia nautiche a nord di Ustica, un DC9 Itavia che da Bologna doveva raggiungere Palermo, nessun superstite tra i 4 membri dell’equipaggio e i 77 passeggeri, e il 2 agosto, alle 10:25, una bomba esplode nella sala d’attesa della Stazione ferroviaria di Bologna causando 85 morti e 203 feriti.

Il Governo è all’ennesima ricerca affannosa di una via d’uscita dal tunnel degli scandali, quando, nel Mezzogiorno, dove ancora non sono state sanate le ferite del colera, il 23 novembre, una domenica che sembra estate, una giornata luminosissima, d’improvviso, un terrificante terremoto, più devastante di un’esplosione di quindici bombe atomiche, sconvolge tutto l’Appennino meridionale, ed in particolare la Basilicata, la Campania e le Puglie. La prima scossa, completamente distruttiva, percorre repentinamente una vasta area, difficile da determinare con esattezza: Muro Lucano comincia a tremare intorno alle 19:30, la scossa è registrata con epicentro tra i comuni di Castelnuovo di Conza, Conza della Campania e Teora tra le 19:34 e le 19,35, a Balvano arriva alle 19:36.

La durata è infinita, 90 interminabili secondi in cui il sisma distrugge interi paesi e fa strage degli abitanti. In un clima di paura, al freddo, con migliaia di morti e migliaia di dispersi, è lunga l’attesa dei soccorsi, che sembrano non arrivare mai. È una situazione da incubo nei territori dell’Italia più poveri e indifesi, un quadro agghiacciante che va da Napoli a Potenza. Le popolazioni restano all’addiaccio tra tendopoli di lenzuola, sono senza acqua, senza pane e senza coperte, ma moltissimi trovano la forza per scavare disperati con le mani, perché da sotto le macerie giungono lamenti e grida di centinaia e centinaia di persone.

Napoli è paralizzata e deserta, sono tante le fabbriche colpite dalle cento scosse del sisma, che ancora continuano incessantemente. Gravemente danneggiati anche gli stabilimenti della Liquichimica e dell’Aeritalia. Spazzato via il vecchio centro di Avellino e quasi cancellati molti dei paesi vicini. Attorno a Salerno è una distesa di macerie, Eboli ha un aspetto spettrale, il centro di Buccino è stato quasi raso al suolo, e danni anche nel Cilento. Ferrovie sconvolte in Campania e in Basilicata, inagibile le linee Napoli-Foggia e Battipaglia- Potenza-Metaponto. La SIP chiede di limitare le telefonate, sono senza luce molti comuni e sono enormi i disagi anche per il traffico stradale. In rovina Balvano, Pescopagano, Potenza e altri innumerevoli borghi della montagna lucana, terra di emigrazione, dove la situazione è altrettanto drammatica.

Immediatamente, ancor prima del tanto atteso arrivo dei soccorsi, tra il 24 e il 25 novembre 1980 il presidente della Repubblica Sandro Pertini si getta d’impeto in un triste pellegrinaggio nelle zone devastate dal terremoto. Per Sandro Pertini, che raggiunge i territori maggiormente colpiti dal sisma, non ci sono i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci e ancora due giorni dopo il terremoto, dalle macerie si levano grida di disperazione dei sepolti vivi. Dopo 24 ore il Governo non conosce ancora l’entità del disastro. Le informazioni radio si accavallano per ore e ore fino a formare un quadro sempre più preoccupante e drammatico della tragedia.

Un grande sforzo di solidarietà è comunque già in atto. I primi soccorsi sono quelli inviati da singoli comuni, e sono potenziati i servizi negli ospedali vicini alla Basilicata e alla Campania. Migliaia di roulotte sono già pronte per essere inviate ai terremotati. È ormai certo che gli italiani saranno chiamati a grandi prove per alleviare le sofferenze delle vittime del terremoto, per ricostruire e risanare quel che è stato distrutto.

Ma una cosa viene detta subito dal PCI, ora che le immagini della distruzione e della morte scorrono nei telegiornali: gli aiuti non devono finire come è finita la famigerata addizionale Pro Calabria.


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