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Studenti all'Unical, polo d'eccellenza nell'Intelligenza artificiale

Tempo di lettura 5 Minuti

ERA il 1972, e qualcuno fece una scommessa: Beniamino Andreatta e Paolo Sylos-Labini crearono, ad Arcavacata di Rende (provincia di Cosenza), l’Università della Calabria. Ricordo che Andreatta mi propose di andare a insegnare Economia in quella nuova e avventurosa istituzione. Mi pento ancora di non avere accettato (per ragioni personali) quella proposta di mezzo secolo fa. Da allora quella università si è ritagliata delle isole d’eccellenza nelle discipline del futuro, come l’Intelligenza Artificiale, a riprova del fatto che i calabresi, per parafrasare la battuta che Leo Longanesi riferiva agli italiani tutti, «sono buoni a nulla ma capaci di tutto».

Quando si dice che il Mezzogiorno è un giacimento di crescita potenziale, questa affermazione calza a pennello per quella verde e montuosa punta dello stivale che è la Calabria, baciata dal sole e dal mare. Allora, Florida o California? O tutte e due? Spieghiamo gli accostamenti geografici.

Romano Prodi, un quarto di secolo fa, auspicava che il Mezzogiorno potesse diventare la “Florida d’Europa”, un rifugio per le centinaia di milioni di europei anziani che volessero crogiolarsi al sole. La Calabria, così come le altre regioni del Mezzogiorno, avrebbe titolo per questo turismo stanziale, tanto più che i Comuni del Sud sotto i ventimila abitanti possono offrire facilitazioni fiscali (peraltro meno generose di quelle del Portogallo) agli stranieri che decidano di trasferirsi colà.

Il problema è che non basta far pagare poche tasse sulle pensioni, bisogna anche offrire servizi e infrastrutture decenti. E su questo aspetto cruciale c’è molto da fare. Purtuttavia, l’opzione “Florida” non è da scartare. Quello della Calabria, da questo punto di vista, è un “vantaggio comparato” potenziale, che ha bisogno di trasformarsi da potenza in atto. Prodi, più recentemente, ha aggiunto alla “Florida” la “California”: ha detto, in un’intervista a La Repubblica, che «… il Sud non può avere un grande futuro soltanto con la bellezza e il turismo, che pure sono risorse fondamentali, ma deve misurarsi con le imprese tecnologiche del futuro. Perché non fare di Napoli, Catania e Bari, con tutti gli incentivi possibili, il punto di attrazione delle imprese che decidono di tornare in Europa?». E non solo, si potrebbe aggiungere, Napoli, Catania e Bari, ma anche Cosenza, Catanzaro e Reggio Calabria; e non solo “le imprese che decidono di tornare in Europa”, ma anche quelle che dal Nord Italia vengono al Sud, e quelle che possono sorgere dal ricco humus umano del Mezzogiorno.

La storia dell’Università della Calabria è lì a testimoniare che tutto è possibile. La California è famosa per due fattezze produttive: la Silicon Valley e Hollywood. E da ambedue la Calabria può trarre esempio. Se i centri di ricerca in Intelligenza Artificiale e i nuovi corsi di laurea in medicina tecnologica ad Arcavacata sono già lì a tendere le reti per indotti ed emulazioni, anche Hollywood ha una dimensione calabrese. La compianta presidente della Regione Calabria Jole Santelli aveva creato la “Fondazione Calabria Film Commission” affidandola a Giovanni Minoli. Sono già stati prodotti sei film su sei donne importanti della Calabria con giovani attrici di talento e registi calabresi, ed è iniziata, a Lamezia Terme, la realizzazione degli Studios.

Come ha dichiarato Minoli, «sulla linea del rilancio del Sud, descritto ed auspicato dal presidente del Consiglio dei Ministri, si sta realizzando qualcosa che, non solo porterà il nome della Calabria nel mondo, ma rappresenterà anche un’occasione di sviluppo per questo territorio ricco, in questo settore come in altri, di professionalità che hanno il diritto di essere valorizzate e che, grazie agli Studios, non avranno più il bisogno di abbandonare questa meravigliosa terra per cercare fortuna altrove, ma potranno dimostrare alla Calabria ed al mondo intero tutto il loro valore e la loro genialità».

Minoli non è nuovo a queste avventure. Lo dimostra “Un posto al Sole”, la telenovela più longeva d’Italia, da lui creata e “fabbricata” nel Centro Rai di Napoli, che si salvò così dalla chiusura. In un’intervista al Corriere della Sera, Minoli ricorda che lo stesso Umberto Agnelli si congratulò con lui: «La Fiat – disse Agnelli – ha costruito a Pomigliano d’Arco la più moderna fabbrica di auto che esista al mondo, ma il modello di sviluppo per il Sud è il tuo, non il nostro». E dove la trovava la Rai – aggiunge Minoli – «una macchina da soldi che dopo 24 anni tutte le sere sfiora ancora il 10 per cento di ascolti in prime time?». Parole profetiche, quelle di Agnelli: a Pomigliano d’Arco succedette Melfi – ancora più avanzata – ma il modello di sviluppo del Mezzogiorno non è più nella manifattura tradizionale delle grandi fabbriche. È nella tecnologia, nei servizi di punta (dalla logistica alla cinematografia), senza dimenticare l’enogastronomia e il turismo, stagionale e stanziale.

Ma torniamo alla Calabria. Perché il Pnrr deve scommettere sulla Calabria? La risposta è semplice: perché è in fondo all’Italia, sia geograficamente che economicamente.

I due grafici sono eloquenti: il primo mostra l’evoluzione del Pil reale, nell’ultimo quarto di secolo, per l’Italia, il Mezzogiorno, e la Calabria (1995=100). Come si vede, la Calabria ha il triste primato di rimanere ancora, dopo 25 anni, sotto il livello iniziale.

Il secondo grafico mostra l’andamento, nello stesso periodo, di quella variabile cruciale che sono gli investimenti fissi lordi. In questo caso, anche il Mezzogiorno si ritrova sotto al dato del 1995, ma la Calabria, come si vede, fa ancora peggio.

Perché – ripetiamo – il Pnrr deve scommettere sulla Calabria? Perché bisogna buttare il cuore oltre l’ostacolo, e dimostrare, a noi stessi, all’Europa e al mondo, che un simbolo dell’arretratezza può diventare un simbolo della rinascita; perché nel terreno ci sono i semi che aspettano solo le condizioni giuste per germogliare.


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