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La sede della Regione Piemonte

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Finisce in manette l’assessore che compra i voti dalla ’ndrangheta nella Regione idrovora: spende per i servizi generali più di Campania, Puglia e Calabria insieme

L’Italia se ne cade a pezzi, ma non lo sa o fa finta di non accorgersene. Aspetta di autoradersi al suolo prima di rendersi conto fino in fondo di come ha fatto a ridursi così. Sa di essere stata una mamma che ha fatto figli e figliastri. Sa di averlo fatto per una vita, a volte è percorsa da qualche rimorso, ma essenzialmente ha rimosso il problema. Non vuole che nessuno glielo ricordi. Va oltre, guarda da un’altra parte. Fa finta di dividersi tanto al chilo, a volte tanto all’etto, su bandiere ideologiche e derive populiste che coprono il suo peccato capitale. Si chiamano in vario modo. Europa tedesca. Manette facili e processi a vita. Il capro espiatorio Banca d’Italia. Maestri di insulso trasformismo alla Paragone eletti a star del più orbo circuito autoreferente informativo europeo che è il talk italiano (pressoché) unico.

Il peccato capitale è quello di avere abolito il Mezzogiorno – 21 milioni di persone e oltre il 40% del territorio nazionale – dalla spesa pubblica sociale e produttiva. La più colossale “truffa” di Stato dei ricchi a spese dei poveri che il mondo Occidentale ricordi ha costituito negli anni la cassa indebita al Nord del nuovo assistenzialismo. Peggio. Crocevia di appalti pubblici in odore di ’Ndrangheta. Terreno di coltura di famiglie piemontesi autoctone della mala calabrese che fabbricano e vendono consensi alla primissima linea della politica regionale sabauda che, a sua volta, viene a patti con loro nel movimento terra, nello smaltimento rifiuti, nell’immobiliare, nello sport e, in genere, dove il motore sono le risorse pubbliche e lo scambio clientelare. Basta!

Ci siamo permessi in assoluta solitudine di documentare che la Regione Piemonte per i suoi “Servizi istituzionali, generali e di gestione” spende cinque volte di più della Regione Campania pur avendo un milione e mezzo di abitanti in meno. Meglio: se mettiamo insieme la Regione Puglia, la Regione Calabria, la Regione Campania e sommiamo le loro spese per i servizi generali arriviamo a un risultato finale che è nettamente al di sotto del dato della sola Regione Piemonte. In questo pozzo di indebita spesa pubblica ci sono i miasmi dell’ultima degenerazione italiana che, con il furto strutturale della Spesa Storica, ha creato il problema sistemico del Mezzogiorno, un reddito di Pil pro capite ridotto a poco più della metà di quello del Nord, e poi lo ha rimosso.

Si è stretto il Sud nella morsa nefasta di una spesa nordista sovrabbondante assistenziale/affaristica che ha addomesticato le ambizioni della grande impresa e ha portato a esaltare il disegno industriale di un piccolo Nord appendice meridionale del triangolo tedesco che ruota intorno a Stoccarda. Si è rotto ogni rapporto con il sistema produttivo del Sud e si è privata, di fatto, l’Italia dei suoi campioni nazionali e di una dimensione competitiva decente. Per miopia e egoismo abbiamo azzerato (0,15%) la spesa pubblica per infrastrutture di sviluppo al Sud e abbiamo fatto un treno a alta velocità ogni venti minuti tra Milano e Torino. Abbiamo assunto a destra e a manca (sempre da Firenze in su) e siamo riusciti nel miracolo di fare perdere al Nord produttivo, sopravvissuto all’ubriacatura della rendita, quote sempre crescenti (-11%) del mercato di consumi del Mezzogiorno che ancora oggi vale il 14% del Pil del Centro-Nord. Tornare a fare spesa sociale e investimenti pubblici nel Mezzogiorno è interesse del Nord più che del Sud se vuole competere nel mondo e riavere un mercato interno da grande Paese. Prima, deve chiedere e ottenere l’assoluzione dal suo peccato capitale.

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