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C’è qualcosa di terribile che accompagna l’appuntamento elettorale di oggi. Visto almeno con gli occhi di chi si propone di raccontare i fatti italiani e del mondo guardando dal Sud verso il Nord. Siamo costretti a constatare che il sentimento unitario del Paese è ridotto se tutto va bene a un guscio vuoto, parole di circostanza. Molto più spesso prevale la brutalità della sostanza che non è comprimibile in un guscio, l’interesse è così forte da rimuovere ingombri formali. Non è più un problema di cattiva educazione, cosa mai piacevole, ma di mercimonio strutturale tanto greve quanto miope.

L’unico tema nazionale che ha occupato giorno e notte di questa ennesima, brutta campagna elettorale regionale in Calabria e in Emilia-Romagna, ha riguardato la continuità o meno del dominio della sinistra nella regione “rossa” per eccellenza, rimasta tale per 70 anni. Vivere la Calabria come simbolo dell’isolamento geografico imposto da scelte poco lungimiranti nella allocazione della spesa pubblica per infrastrutture di sviluppo, che è stata brutalmente azzerata nel Mezzogiorno, è vietato dalle “tavole della legge” del blocco nordista dominante. Pensare, allo stesso tempo, alla Calabria come l’unica speranza possibile di restituire all’Italia intera una prospettiva duratura di crescita (reale) per la sua collocazione strategica nel Mediterraneo e un asset invidiato nel mondo per posizionamento, livello di infrastrutture e traffici qual è il porto di Gioia Tauro, non è un argomento all’ordine del giorno.

Non sfiora neppure le teste pensanti delle vallate lombarde e delle colline emiliane, che hanno la golden share del governo del Paese, dove il vento nuovo sovranista regala egoismo e chiude anche le menti più aperte. Per cui si continua a scavare nel bilancio pubblico nazionale per soddisfare (mai contenti) ogni tipo di clientela locale dell’ex provincia operosa nordista e sottrarre risorse per gli investimenti pubblici di tipo ferroviario, infrastrutturale materiale e immateriale, in quei territori meridionali che custodiscono il massimo potenziale inespresso di crescita della nostra economia.

Il trapano della Spesa Storica ci consegna ogni giorno il suo infame bollettino: la spesa pro capite nazionale resta invariata, ma per i cittadini del Sud scende ancora, si ferma a 11.939 euro; per i cittadini del Nord sale ancora fino a quota 15.297 euro. Tutto tace, rimbomba solo l’urlo sovranista del Nord. Di piazza in piazza, da Ravenna a Forlì. Spira forte il vento del mondo. Ha proprio ragione Paolo Pombeni. Come sono lontani i tempi in cui il trentino-bolognese Nino Andreatta, dopo avere lavorato per dare una università a Trento, si impegnò a fondo per farne una a Rende tra le colline di Arcavacata, alle porte di Cosenza. Erano classi dirigenti di altro spessore. Pensate, ma vi prego fate finta di non sentire, in quella università calabrese, non milanese, si è conseguito il primato mondiale dell’intelligenza artificiale alla voce logica deduttiva. Meglio che non lo ripetete in giro perché si corre il rischio di abbattere il pregiudizio che i soldi messi al Sud sono buttati via. Non ne parlate proprio. Potrebbe disturbare il rombo della musica sovranista. Diciamo che non “sta bene”.

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