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GLI AGIOGRAFI a gettone sono riusciti a attraversare le due grandi crisi globali raccontando imperturbabili le mirabili gesta del minuscolo capitalismo italiano e continuano a sfidare ogni evidenza confondendo subfornitori e contoterzisti sempre più malmessi con stelle made in Italy del firmamento mondiale della produzione. Non se ne può proprio più di tanta ridicola supponenza. Questo Paese deve fare in fretta i conti con almeno due decenni di grave distorsione della spesa pubblica per cui si è dato ingiustificatamente sempre di più al ricco e sempre di meno al povero. Si è privato il Mezzogiorno dei necessari interventi infrastrutturali per rendere l’ambiente competitivo e favorire gli investimenti privati. Si è affogato in un mare di assistenzialismo pubblico il meglio dell’imprenditoria privata del Nord facendoci perdere a uno a uno tutti i primati industriali globali e favorendo l’allargamento di quella area grigia dove si smarrisce la virtù dell’intrapresa e si mescolano i peggiori impulsi clientelari, a volte perfino in contiguità con gli interessi della criminalità organizzata. Siamo un Paese piatto. Non abbiamo una sola impresa nel futuro che abbia un primato mondiale. Nulla di nulla di nulla. Al prossimo che si alza e comincia a raccontare la storiella della seconda manifattura d’Europa non gli rispondete nemmeno più, fategli una risata in faccia e andatevene. Oppure ditegli: scusi, sa che fine ha fatto la Montedison? Ha notizie della Olivetti? Si ricorda che una volta esisteva la Stet? Mi creda, sì, era italiana, guidava le telecomunicazioni mondiali. Si ricorda, per caso, che abbiamo dato tutto in mano ai privati e ci ritroviamo oggi con reggitori-pagliaccetti pro tempore che, al massimo, possono sponsorizzare Sanremo perché nel mondo e in casa di loro e dei loro telefonini si sa nulla o pochissimo?

Smettiamola, per piacere, di raccontare balle. La fine della gravissima anomalia sovranista-populista ci ha concesso una tregua sui mercati e permesso di guadagnare qualche miliarduccio di spesa di interessi sul debito pubblico, ovviamente restando con il marchio infamante di una reputazione che vale la metà di spagnoli e portoghesi, ma se non si prende atto all’istante della aberrazione prodotta da vent’anni di prelievi pubblici indebiti a spese del Sud per finanziare il più assistito dei capitalismi privati europei non si riparte mai. Questi prenditori nordisti hanno pensato di fare i mantenuti del gigante tedesco foraggiandosi con i soldi pubblici di sviluppo rubati al Sud, invece di preoccuparsi di garantire la crescita in quei territori e di integrare le loro forze con quelle meridionali per raggiungere un minimo di decenza dimensionale infrastrutturale e industriale a livello nazionale. Proprio come fu negli anni del miracolo economico e per un altro po’ a seguire. La classe dirigente del Nord se ha a cuore il suo futuro licenzi gli agiografi, faccia un falò dei loro libri e degli imbarazzanti articoli di questi giorni, e chieda in ginocchio a chi governa questo Paese di smetterla di parlare genericamente di investimenti pubblici per aprire i cantieri domani stesso e tutti nel Mezzogiorno.

Nel quadrilatero Napoli-Bari-Taranto-Gioia Tauro, e, a stretto giro, nei territori collegati in Sicilia, dotandosi a livello centrale di quei poteri sostitutivi necessari perché le opere si facciano in un tempo ragionevole. A tutti i maestrini della teoria dell’integrazione “tra Nord Italia e Nord Europa e il Mezzogiorno seguirà”, che non hanno neppure il coraggio di chiedere scusa per il mostro scientifico che hanno creato, si risponda con il crollo delle produzioni tedesca e francese, ma soprattutto gli si intimi una volta per tutte di riconoscere che non hanno capito nulla. Grazie anche alla loro indubbia pressione lobbistica si è rinunciato a tenere insieme il Paese e si è imbottito di spesa pubblica assistenziale il Nord. Oggi è sotto gli occhi di tutti che prodotto interno lordo e produzione industriale italiani stanno solo preparando la terza recessione perché la malattia del gigante tedesco e le debolezze costitutive di un insano disegno filo-nordista hanno privato il Paese di un apprezzabile mercato interno. Senza saperlo non siamo più un Paese, ma siamo diventati due Paesi, entrambi a scartamento ridotto. Il primo è destinato, se tutto va bene, a essere colonizzato da francesi e tedeschi, acciaccati di loro. Il secondo, svuotato di tutto e colpevolmente abbandonato alla deriva, misura la dimensione della sua crisi strutturale con il più clamoroso esodo di cervelli che un popolo occidentale abbia mai conosciuto. Basta prendersi in giro! Il Presidente del Consiglio e i tanti ministri, molti dei quali meridionali, la smettano di vergognarsi di pronunciare la parola chiave Mezzogiorno e di nascondersi dietro leggine che non servono a niente. Al Nord e all’Italia serve un grande piano di investimenti pubblici al Sud, senza se e senza ma. A viso aperto e a passo di carica. Non se ne può più di prescrizione, balletti indecorosi, rinvii e giochetti di palazzo.

Basta! Anche il rumore delle parole e quelle facce sempre uguali, che guardano al nulla e esprimono il nulla, non sono più tollerabili. Possibile che nemmeno la crisi da epidemia di quella che è, a parità di potere d’acquisto, la prima economia del mondo, ci consenta di uscire dal copione della recita politicamente corretta? Bisogna girare la spesa pubblica produttiva verso quei territori dai quali è stata arbitrariamente sottratta, questo è il male italiano, e lo abbiamo fabbricato in casa, con le nostre mani e i nostri stupidi egoismi. Non c’entrano né le Grandi Crisi né l’Europa. Si abbia almeno la decenza di bandire alibi e capri espiatori.

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