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Il commissario all'emergenza Domenico Arcuri (Foto Cecilia Fabiano/LaPresse)

Tempo di lettura 3 Minuti

Siamo stati i primi a porre in tempi non sospetti un punto che ritenevamo allora e riteniamo a maggiore ragione oggi decisivo. La frammentazione decisionale di un Paese di 60 milioni di persone mal contate in venti staterelli in guerra tra di loro non solo alimenta la spirale perversa degli egoismi dei ricchi contro i poveri, ma mina alle fondamenta le ragioni competitive del palazzo malconcio delle due Italie. Perché moltiplica le burocrazie fameliche e la loro rete di clientele. Aumenta inevitabilmente gli squilibri territoriali e gli antagonismi di campanile. Impoverisce diffusamente il capitale umano sacrificato sull’altare dei localismi familistici. Pone di fatto uno sbarramento invalicabile alla realizzazione di grandi opere di sviluppo che sono per loro natura infra-regionali e finiscono nella morsa paralizzante di veti incrociati dei venti governatori-viceré della Repubblica italiana. Sono molto spesso in guerra tra di loro, sempre impegnati a dare sulla voce al Presidente del Consiglio di turno tutti insieme o separatamente, sadicamente addirittura uno alla volta.

Un disastro assoluto e una vergogna etica. Perché queste nomenclature politico-burocratiche hanno attuato la più clamorosa spoliazione di risorse pubbliche con finalità di sviluppo dovute al Sud a favore di un mastodonte assistenziale di impronta nordista che è alla base della crescita delle attività di imprenditoria mafiosa endogena di quei territori e delle gravi disfunzioni emerse in materia di tutela di beni pubblici a partire dalla sanità, dalla prevenzione e dalla medicina sul territorio. La politica farebbe bene oggi a non strumentalizzare queste vicende, ma ha il dovere di farne tesoro per il domani sui temi strategici delle infrastrutture di sviluppo, del turismo e del welfare. Nell’interesse quasi più del Nord che del Sud. Lo strapotere di queste nomenclature politico-burocratiche regionali ha prodotto, però, un danno se possibile ancora maggiore. Ha svuotato le burocrazie centrali, finendo con il fare perdere alla macchina dello Stato i suoi uomini migliori nei ministeri e nelle controllate pubbliche.

Si sono brutalmente smarrite visione, conoscenza dei problemi, capacità tecniche e esecutive. Non si è persa ovviamente la permeabilità ai meccanismi residuali sopravvissuti di clientela e di affarismo che fanno a pugni con l’efficienza e con l’etica in egual misura. Questo è il problema di oggi dell’Italia.

Questa macchina dello Stato non ha capito nulla di quello che è accaduto e continua a stupire. Si inventa garanzie dello Stato solo per multinazionali, grandi famiglie del capitalismo della rendita, adesso addirittura per congiunti di emiri arabi, ma si guarda bene dal fare arrivare la liquidità dovuta alla piccola e media impresa italiana del Nord e del Sud. Sono certo che il ministro del Tesoro, Gualtieri, e il direttore Rivera, non si rendono conto della realtà, ma questo non attenua (anzi) le preoccupazioni. Abbiamo un commissario per l’emergenza sanitaria, Domenico Arcuri, che è riuscito nel miracolo di fare sparire le mascherine dalle farmacie italiane e lo avevano messo lì per fare l’esatto contrario. Per questo avevamo già chiesto che si facesse da parte. Ora scopriamo che perde il suo tempo a fare pressioni per dissequestrare mascherine che la Dogana ha bloccato e che la Protezione Civile si rifiuta di prendere. Lecito chiedersi: perché?

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