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Al posto di fare funzionare la macchina, il direttore generale del Tesoro, Rivera, con un atto amministrativo vuole rifare il ministero delle Partecipazioni statali e assumerne la guida. Alitalia ultima chance: si scelga una persona di valore e non il solito amico degli amici

Ma si può con un atto amministrativo rifare il ministero delle Partecipazioni statali? Con quale faccia si presenta all’approvazione di Palazzo Chigi un testo dove il direttore generale del Tesoro si “autonomina” non più azionista ma padrone delle aziende pubbliche controllate direttamente o indirettamente?

Ritenete che un ministro dell’Economia come Ciampi o Tremonti avrebbe consentito di fare circolare bozze di questo tipo dove la volontà politica viene di fatto esautorata dal potere di comando burocratico? Si può accettare che con un atto amministrativo diretto formalmente a riorganizzare le attività del ministero dell’economia e delle finanze (articolo 1 schema dpcm relativo al decreto 26 giugno 2019 n. 103 ), il direttore generale del Tesoro, Alessandro Rivera, tramite un delegato di sua fiducia, decida in autonomia la “gestione delle partecipazioni societarie dello Stato” (1.1)? Che ne diventi “socio” e non più “azionista” (1.2) e addirittura che proceda (1.3) alla “valorizzazione delle Partecipazioni societarie dello Stato, anche tramite operazioni di privatizzazione e dismissione, e relativa attività istruttoria e preparatoria”?

Siamo in presenza di una metamorfosi del ruolo del direttore generale del Tesoro che si “autonomina” ministro delle partecipazioni Statali senza avere giurato davanti al Capo dello Stato. Non vogliamo in questa sede neppure entrare nella valutazione di merito, come è noto questo giornale ritiene che la ignominiosa débâcle della grande impresa privata imponga una regia e una gestione moderne delle società a capitale pubblico di mercato, ma riteniamo di gravità assoluta che scelte politiche così rilevanti possano avvenire sottobanco attraverso atti amministrativi. Che sono, per di più, espressione di uno strapotere burocratico che ha bloccato negli ingranaggi della sua macchina elefantiaca gli aiuti dovuti a cittadini e imprese e appare solo interessato a allargare e blindare la sua area di influenza nella gestione e nelle nomine di vertice delle società pubbliche.

Siamo, a questo punto, a un passaggio decisivo della riorganizzazione della macchina amministrativa e della capacità di spendere presto e bene dell’Italia da cui dipende gran parte delle possibilità di ricostruzione economica del Paese. Siamo certi che il parere parlamentare della Commissione affari costituzionali di fronte a un simile testo non potrà che essere fortemente critico. Siamo fiduciosi che la presidenza del Consiglio si farà carico anche questa volta di riempire il vuoto assoluto di chi ha la responsabilità politica dell’economia con decisioni più meditate che sono squisitamente di natura politica non amministrativa.

Tocca alla politica cambiare passo e imporre alla classe burocratica italiana una riorganizzazione, questa sì necessaria, nella sua capacità di fare leggi finalmente snelle e soprattutto di garantirne una esecutività che sia almeno pari a quella delle burocrazie spagnole e portoghesi. Alla politica tocca anche di esercitare la responsabilità nella scelta di uomini di comando nelle sue grandi aziende pubbliche.

Prendiamo il caso di Alitalia. Abbiamo sprecato 1 miliardo con i capitani coraggiosi. Poi un altro miliardo: mezzo Abu Dhabi e mezzo capitani coraggiosi. Quando è finito del tutto il coraggio dei coraggiosi è arrivata Etihad che ha spolpato tutto lo spolpabile e abbiamo buttato un altro miliardo. Poi ci sono stati i primi commissari, dopo sono arrivati i secondi commissari, e abbiamo continuato a pagare. Ora siamo pronti a tirare fuori altri tre miliardi, e noi siamo d’accordo perché riteniamo che questo Paese debba avere la sua compagnia di bandiera che è decisiva per il turismo e per il rilancio del Mezzogiorno.

A una condizione, però: che non si consenta a una ministra delle Infrastrutture, Paola De Micheli, che non ha il curriculum e la credibilità per fare queste scelte, di piazzare alla testa della compagnia l’ultimo uomo di buon comando di cui è piena la galleria dei capi azienda di Alitalia. Si guardi bene dentro la società, ci sono persone di valore che magari non sono di buon comando e non hanno sponsorizzazioni politiche, ma sono quelle che servono per concepire e attuare un piano industriale degno di questo nome. Per una volta il Pd rinunci al “suo” ennesimo capo azienda e il movimento 5stelle difenda la scelta non di un suo amichetto ma di una persona di valore che è in azienda. Tutti sanno che esiste. Devono solo trovare la forza di andarlo a cercare.

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