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Il presidente olandese Rutte e Von Der Leyen

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Possibile che non capiamo che i tempi eterni delle sentenze penali e civili combinati con le lungaggini amministrative sono ciò che più di ogni altra ragione allontana capitali italiani e internazionali? Possibile che non capiamo che ciò lede la nostra reputazione in Europa e spaventa gli altri anche quando abbiamo assolutamente ragione? Come è nel caso delle miopi meschinità frugali

L’Europa ha un problema grande. Si chiama Olanda. L’Italia ha un problema grande. È la sua macchina della giustizia e della pubblica amministrazione. Sono due problemi apparentemente distanti che stanno paradossalmente insieme e delineano i contorni dei due principali “mostri” che rischiano di abbattere l’economia italiana e spezzare il filo sottile che ancora lega le due Italie. Dalla soluzione del primo problema dipende la disponibilità in Italia di una dote europea adeguata per fare gli investimenti pubblici. Dalla soluzione del secondo problema dipende la capacità italiana di spendere bene e subito l’eventuale cassa europea facendo finalmente le infrastrutture di sviluppo materiali e immateriali a partire dal suo Mezzogiorno.

Procediamo con ordine analizzando separatamente le prospettive di entrambi i problemi mentre il vertice europeo consegnato da Bruxelles alla storia soffre i mal di pancia olandesi e appare ancora in bilico. In un circuito perverso di meschinità frugali, miopi interessi dei falchi del Nord, tardive vedute lunghe franco-tedesche che avanzano ma non sfondano e il conto italiano di errori gravi (penso a quota 100 sulle pensioni e ai mille bonus assistenziali) e di fatti acclarati (incapacità di spendere e di avere sentenze in tempi brevi) che pesa come un macigno sulla nostra reputazione e rappresenta un unicum tra i Paesi del Sud Europa. Sono queste le ragioni per cui si continua a parlare non a torto di un caso Italia che rischia di far saltare l’Europa. Sono le ragioni profonde della doppia morale con cui il Paese non sa fare i conti.

Primo problema. La storia avrà i suoi tempi ma vincerà (ce lo auguriamo!) sulle rigidità ideologiche degli olandesi. Sono troppo piccoli, troppo privatamente indebitati e troppo disinvolti nelle politiche fiscali per averla vinta in un’Europa che ha finalmente capito che dalla Grande Depressione mondiale o si esce tutti insieme o non si esce affatto. Sono così intrisi di ideologia i cittadini olandesi e il loro portavoce governativo, Mark Rutte, da non riuscire a capire che se non riparte l’economia europea, la manifattura tedesca e l’industria finanziaria, neppure le loro polizze assicurative se la passeranno bene e i primi a andare per aria saranno proprio loro con la grande bolla finanziaria che farà impallidire quella dell’economia reale. I tedeschi e i francesi sono oggi i principali alleati dell’industria italiana. Ne hanno vitale bisogno.

Secondo problema. C’è una domanda che tutti, dico tutti, i capi di governo italiani si sentono ripetere dalla cancelliera tedesca Merkel privatamente da almeno dieci anni e che nessuno studio internazionale sulla competitività non mette al primo posto: ma perché l’Italia non cambia la sua giustizia tutta?

Possibile che non capiate che i tempi eterni delle sentenze penali e civili combinati con le lungaggini amministrative e le tortuose procedure contabili sono ciò che più di ogni altra ragione allontana capitali produttivi italiani e soprattutto internazionali dal vostro Paese? Come potete ripartire se tutto quello che siamo pronti a darvi non si traduce in investimenti produttivi e rischia invece molto concretamente di finire surrettiziamente in nuove forme di assistenzialismo?

Non possiamo non auspicare che l’Europa faccia quello che deve anche nell’interesse del “mostro” olandese. Ricordiamoci però sempre che il primo “mostro” da abbattere lo abbiamo in casa e che nessuno può farlo fuori al nostro posto.

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