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Il Ponte San Giorgio di Genova

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Le classi dirigenti settentrionali prima ancora di quelle meridionali devono chiedere che i poteri commissariali e la mentalità realizzativa del Ponte Morandi diventino il tratto operativo del progetto strategico italiano che è il progetto integrato del Mezzogiorno e che va collocato al primo punto del Recovery plan. Sarebbe bello che il prossimo ponte da inaugurare fra quattro anni fosse quello dello Stretto

Il Ponte Morandi ricostruito è la dimostrazione di quello che sappiamo fare e di quello che dovremmo sapere fare ogni giorno. Prendere degli impegni e mantenerli. Fare delle cose nei tempi prestabiliti. Siamo di fronte alla Grande Depressione mondiale in un Paese che ha pagato il conto più alto di tutti nelle Due Grandi Crisi internazionali – la prima finanziaria la seconda dei debiti sovrani – perché non vogliamo cambiare in nessuno dei nostri comportamenti e, soprattutto, perché ignoriamo con la stoltezza dei piccoli uomini il problema competitivo italiano che è il suo Mezzogiorno.

Questo giornale non ha mai smesso di denunciare un approccio della pubblica amministrazione intollerabile per la gravità della situazione che abbiamo davanti. Ovviamente siccome siamo in Italia si chiedono perché ciò accade, perché attacchiamo così pesantemente uomini e situazioni. La spiegazione è semplice: avete chiesto alle imprese, a commercianti e artigiani, avete chiesto in genere agli italiani se sono contenti del decreto liquidità? La risposta non è no, ma molto peggio. Sembra quasi una provocazione avere posto la domanda. Chi dirige la macchina pubblica italiana deve rispondere di questo disastro.

Abbiamo scritto dal primo giorno di uscita dal lockdown che serviva una rottamazione a 360 gradi per ogni tipo di auto e ogni tipo di elettrodomestico. Che bisognava farla non annunciarla perché altrimenti si sarebbe fermato tutto ancora di più di quanto sia già fermo. Con alcuni mesi di colpevole ritardo anche chi guida la politica economica sembra capire che se non ripartono i consumi interni non c’è nessuna speranza di rinascita. Siamo contenti del ravvedimento operoso e speriamo che produca i suoi frutti.

Ci permettiamo, a questo punto, di arrivare al problema dei problemi e di chiedere di farla finita con i giochetti del passato. In assoluta solitudine e in tempi non sospetti, mentre tutti ignoravano il tema o al massimo dicevano sì però, abbiamo documentato il più clamoroso scippo della storia recente della Repubblica che è, allo stesso tempo, il più masochista dei suicidi possibili dell’economia di un grande Paese come è l’Italia. Si sono sottratti per un decennio 60 miliardi l’anno dovuti al Sud in termini di sanità, scuola e infrastrutture di sviluppo e si sono regalati al Nord per fare un po’ di sviluppo e molto assistenzialismo.

L’ultima, estrema, prova è nei dati aggiornati dei conti pubblici territoriali commentati da par suo da Fabrizio Galimberti. Questi dati ci dicono che un cittadino lombardo riceve per la sanità 2533 euro e un cittadino campano 1593, che per le attività legate alla amministrazione generale si spendono 1784 euro per un cittadino lombardo 963 per un cittadino campano, per le reti infrastrutturali siamo addirittura a 1946 euro contro 731 ovviamente sempre pro capite.

Questi dati non parlano più. Urlano la verità: sviluppo negato al Sud per fare arricchimento assistito al Nord. Davanti a tali storture il 34% di spesa invocato per il Sud come un grande obiettivo fa ridere.

Diciamo le cose come stanno. Con questa scelta miope che è il punto di approdo finale di una catena di egoismi abbiamo ridotto venti milioni di persone a un reddito pro capite pari alla metà del resto del Paese e abbiamo privato il resto del Paese di una parte gigantesca del suo mercato interno di consumi che è da sempre anche il primo mercato di “esportazione” dei prodotti del Nord. Non abbiamo più voglia di sentire storie o di subire ricatti. Si faccia una struttura tecnica centrale snella con poteri di supplenza commissariali e si vari il progetto integrato Mezzogiorno Alta velocità ferroviaria, porti/retroporti e Ponte sullo Stretto. Se il Nord non vuole ridursi a appendice meridionale sempre più marginale del gigante tedesco malato e l’Italia intera non intende rinunciare per sempre allo storico ruolo di leadership nel Mediterraneo le classi dirigenti settentrionali prima ancora di quelle meridionali devono chiedere che i poteri commissariali e la mentalità realizzativa del Ponte Morandi diventino il tratto operativo del progetto strategico italiano che è il progetto integrato del Mezzogiorno e che va collocato al primo punto del Recovery plan. Sarebbe bello che il prossimo ponte da inaugurare fra quattro anni fosse quello dello Stretto.

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