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Il ministro Paola De Micheli

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Se si arriva ad usare la scusa dei trasporti per dare i soldi alle Regioni in piena Pandemia, vuol dire che siamo messi molto male. In combutta con i “padroni d’Italia” che sono i Capetti delle Regioni della Sinistra Padronale tosco-emiliana e della Destra lombardo-veneta a trazione leghista una imbarazzante ministra dei Trasporti, Paola De Micheli, è arrivata a definire un effetto ottico l’affollamento su bus e metropolitane.

Si sono riempite le casse di Firenze, Bologna, Milano, Torino, Venezia dove i chilometri di ferrovie locali e veloci moltiplicano almeno per quattro gli introiti incassati da Bari e Napoli. Se succede tutto ciò allora vuol dire che l’Italia non esiste più. Parliamoci chiaro. Si sono dati quattrocento milioni per il trasporto locale perché i Capi delle Regioni del Nord hanno preteso l’80% di copertura del servizio con una integrazione sonante del 20%. Che, di fatto, si è tradotta in una cresta aggiuntiva perché come tutti hanno potuto verificare bus e metropolitane viaggiano a pieno regime. I controlli non esistono e, forse, nemmeno sono possibili.

Abbiamo un treno veloce ogni quindici minuti da Roma a Firenze e ancora aspettiamo un vero treno veloce diretto tra Roma e Bari. Questo potere di interdizione delle Regioni tiene in scacco il Paese al piano di sopra perché il Governo ne subisce i ricatti finanziari e al piano di sotto perché i Comuni perdono tempo in quanto i bandi delle burocrazie regionali sono più complicati e lenti di quelli delle amministrazioni centrali. Per non parlare della odiosissima manomorta con cui perfino negli aiuti alimentari ai poveri le Regioni ricche provano a fare sempre la parte del leone a discapito di chi ha più bisogno o per le complicazioni burocratiche regionali che rischiano di fare arrivare ai Comuni le autorizzazioni per i centri estivi quando devono partire quelli invernali. Uno Stato così disorganizzato è destinato a perdere in tempi di pace, figuriamoci in tempi di guerra come quelli che stiamo vivendo oggi.

Quando la piazza della protesta ribolle ogni giorno di più, le infiltrazioni delle frange estremiste e antagoniste fanno il resto, e nulla fa pensare di riuscire a disinnescare la bomba sociale del Mezzogiorno. Siamo il Paese Arlecchino che affida al ministro-scrittore della sanità l’incarico delicatissimo di fare le nuove scelte di restrizioni in accordo con le Regioni perché il presidente Conte non vuole essere il solo bersaglio della piazza. Ogni Regione invece fa a modo suo e non cede di un centesimo sulla cassa, ma la impopolarità delle scelte vuole lasciarla tutta al Governo. Il ragionamento è di questo tipo: se vuole fare un provvedimento lo faccia. La verità è che nessuno si prende la paternità di nulla sia a livello nazionale che regionale perché rispetto a marzo è cambiato tutto.

Allora il Governo parlava e tutti stavano zitti. Oggi non è più così. Serve la riconoscibilità comune del Governo e Conte ci sta provando a parlamentarizzare tutto, ma questo è possibile se c’è un sistema Paese e se c’è un’opposizione responsabile. Non abbiamo né l’uno né l’altra. Perché il doppiogiochismo e il potere di interdizione delle Regioni spappolano la catena di comando e le urla su tutto e tutti della componente sovranista dell’opposizione impediscono un dialogo costruttivo in nome dell’interesse nazionale. In queste condizioni può solo aumentare la protesta. Speriamo ovviamente di essere smentiti.

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