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Il ministro Roberto Speranza e il premier Giuseppe Conte durante l'incontro con i sindaci calabresi

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L’arresto del presidente del Consiglio regionale della Calabria mette a nudo uno spaccato inquietante di come vanno le cose in questa terra quando si parla di farmaci e di soldi pubblici. Se si vuole cambiare occorre che il governo scelga un manager sanitario che capisca di diritto amministrativo e di medicina di assoluta competenza e di provata indipendenza attingendo al serbatoio di cervelli calabresi. Il mandato del commissario non può essere solo quello di tagliare ma di riorganizzare e migliorare la rete dei servizi. Per questo lo Stato deve mettere mano al portafoglio perché nessun risanamento sarà mai possibile se a un cittadino calabrese vanno solo 15,9 euro pro capite di investimenti fissi in sanità. Bisogna riprendersi la Calabria facendo fuori le alleanze nell’ombra e i faccendieri di sempre

NON faccio neanche l’analisi. Non entro neppure nel merito. Se le cose da dodici anni vanno così nella sanità calabrese con generali e direttori mandati da Roma vuol dire che l’esperimento è stato un fallimento. Vuol dire che non va bene mettere i commissari ministeriali perché la medicina non funziona. Peggio c’è solo la macchina regionale marcia nei suoi meccanismi operativi e, cosa ancora più grave, permeabile e collusa con la peggiore criminalità organizzata e le pressioni massoniche.

Appena ieri eravamo stati chiari: chi mantiene i capi bastone di sempre a presidiare sanità e appalti pubblici nella Regione Calabria ancorché commissariata? Perché non li si rimuove? Fino a che punto si può pensare di andare avanti con una burocrazia pubblica che si affida alla contabilità orale e esegue sottobanco gli interessi inconfessabili? L’arresto del presidente del Consiglio regionale, Domenico Tallini, offre uno spaccato documentale di come vanno le cose in questa terra quando si parla di farmaci e di soldi pubblici.

Diciamolo chiaro. Questo spettacolo è inquietante e mortifica la comunità calabrese. Soprattutto condanna al silenzio tale Spirlì, Presidente leghista facente funzioni della Regione Calabria, che ha avuto con formidabile tempismo la sfrontatezza di dichiarare appena qualche ora prima, in audizione alla Camera, che la Regione da lui guidata ha gli anticorpi per fermare la ‘ndrangheta. Qualcuno lo avvisi che da ieri il suo alleato di Forza Italia Tallini, seconda carica regionale, è agli arresti per concorso esterno in associazione mafiosa finalizzata al voto di scambio. Vi rendete conto di che cosa stiamo parlando? A fronte di tutto ciò pongo la seguente domanda: che cosa ha fatto la commissaria straordinaria della ASP di Cosenza, Cinzia Bettelini da Verona, scelta da Cotticelli con un curriculum traballante in questa fase di emergenza pandemica? Doveva essere lei o chi altri a pensare di riaprire gli ospedali semichiusi, a assicurarsi i posti letto necessari e aumentare le terapie intensive?

Nuova domanda: perché non lo ha fatto? Visto che Cotticelli è Cotticelli, perché Arcuri e sopra di lui Speranza non hanno vigilato? In questa terra dove si vuole credere che tutto sia immobile effettivamente per la dottoressa Bettelini in questi mesi non è cambiato nulla. Da lunedì a giovedì pomeriggio a Cosenza, poi si parte per Verona. Che bisogno c’è, mi chiedo, di installare nuovi ospedali da campo che arrivano addirittura dal Libano se il territorio è pieno di ospedali sottoutilizzati o addirittura chiusi? Finita la Pandemia l’ospedale da campo ritorna da dove è venuto o va in qualche altro territorio di guerra. Viceversa se si interviene sull’offerta degli ospedali del territorio quella nuova offerta resta anche dopo. Invece da Roma si decide di fare il contrario. Rimaniamo senza parole.

Siamo ormai all’accanimento terapeutico. Se bisogna ripetere gli errori del passato remoto e recente è bene che non si nomini nessun commissario. Se si vuole cambiare registro per davvero si devono fare due cose. La prima: scegliere un manager sanitario che capisca di diritto amministrativo, di appalti e di medicina, di assoluta competenza e di provata indipendenza attingendo al serbatoio di cervelli calabresi (abbiamo già fatto un nome) che hanno fatto faville altrove e non hanno mai voluto avere nulla a che fare con le camarille del territorio di origine. La seconda riguarda la coscienza civile degli uomini di governo della Repubblica italiana che se hanno anche un po’ di dignità devono avere il coraggio di mettere mano al portafoglio perché nessun risanamento sarà mai possibile se nel segreto delle stanze della Conferenza Stato-Regioni si continuerà a decidere ponendosi fuori dalla Costituzione che a un cittadino calabrese vanno 15,9 euro pro capite di investimenti fissi in sanità e a un cittadino emiliano-romagnolo ne toccano 84,4. Anche qui parliamoci chiaro.

L’obiettivo dei nuovi commissari di uno Stato consapevole non può essere ristretto al contenimento della spesa; piuttosto deve comprendere una completa riorganizzazione della rete dei servizi e ricostruire una amministrazione efficiente e impermeabile a infiltrazioni o influenze contrastanti con la legalità e con l’interesse pubblico. Ha ragione Mirabelli: questa è la sfida e, per vincerla, servono risorse vere. Questo giornale ha condotto in assoluta solitudine l’operazione verità e su questi numeri chi guida oggi il governo e le principali istituzioni economiche e contabili hanno mostrato piena consapevolezza. Il coraggio della politica oggi significa riprendersi la Calabria facendo fuori le alleanze nell’ombra e i faccendieri di sempre. Deve essere lo Stato a proteggere gli uomini migliori che avrà scelto e a dare loro la cassa che serve.

Ce ne è un’altra nell’ombra sempre aperta che è quella che va chiusa per sempre. Lo possono fare i calabresi migliori che sono la stragrande maggioranza di questa comunità, anche loro però riusciranno nell’impresa solo se avranno dietro uno Stato che la smette di fare figli e figliastri. In questa partita il governo Conte si gioca la sua sopravvivenza perché la Calabria è diventata il crocevia della crisi competitiva del Paese e del suo carico di diseguaglianze. Qui, non altrove, si capirà se si fa finta di cambiare o se si vuole cambiare per davvero.

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