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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte insieme ai sindaci calabresi a Palazzo Chigi

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Non è possibile da nessun punto di vista etico, economico, civile consentire ai sindacati di agitare la bandierina della sanità per chiedere rinnovi contrattuali per un totale di 6,7 miliardi non per i medici e gli infermieri che ne hanno tutte le ragioni ma per aumentare lo stipendio di chi è rimasto a casa e non ha perso un euro. Non è possibile nemmeno aprire un tavolo su questo tema mentre il lavoro privato vive la sua stagione più terribile, addirittura quella della sua polverizzazione in una terra dimenticata da tutti. Le risorse pubbliche devono andare a sostegno della spesa sociale e infrastrutturale negate in Calabria come nelle altre regioni del Mezzogiorno per mettere in sicurezza oggi vite umane e domani vite economiche

LA CRISI istituzionale italiana si vede a occhio nudo con quello che sta accadendo in Calabria, ma molti, troppi, fanno finta di non vedere. Si occupano di altro alternando racconti cabarettistici dal territorio a indignazioni di circostanza. La verità è che la Calabria mostra in modo più plateale che cosa è l’Italia di oggi e è evidente che se al posto di chiamarsi Calabria si chiamasse Lombardia non si parlerebbe di altro. Perché oggi in Calabria la prima carica regionale è facente funzioni, non è stata eletta, si trova lì a termine per l’improvvisa scomparsa della compianta Jole Santelli, è quindi priva di piena dignità politica.

La seconda carica è vacante perché il presidente del consiglio regionale è agli arresti domiciliari per concorso esterno in associazione mafiosa finalizzata al voto di scambio e si è dimesso da tutti gli incarichi istituzionali e di partito. Il commissario ad acta per la sanità che è da dodici anni la figura preminente della regione perché ha pieni poteri per conto dello Stato e perché ha il controllo della cassa semplicemente non esiste. Non ha ancora un nome e un cognome al momento in cui andiamo in macchina (il cdm è slittato dalle 19 alle 22 e non si sa se chiuderà su questo punto) nonostante l’allarme rosso delle strutture sanitarie in piena Pandemia con una regione in zona rossa destinata a passare dalla povertà alla sotto povertà nel silenzio complice di tutti. Stendiamo un velo pietoso sugli infortuni a catena del ministro Speranza e del commissario Arcuri che sono riusciti nel capolavoro di condannare la popolazione di questo territorio per colpe che non ha.

Hanno compiuto scelte imbarazzanti e non hanno vigilato sull’operato di questi commissari e dei loro sotto commissari che è fuori da ogni regola di buona amministrazione. Il buco della sanità è rimasto inalterato, il debito è aumentato a dismisura, i capibastone custodi degli interessi inconfessabili massonici e ‘ndranghetistici sono rimasti al loro posto.

Ovviamente a nessuno passa per la testa che tutte queste stagioni di malaffare o di incapacità con il loro carico atomico di responsabilità politiche incorporato convivono con il primato della vergogna civile italiana che ha la sua sintesi algebrica in un solo dato e che è la prima delle responsabilità almeno decennali di tutta la politica italiana. Per gli investimenti fissi in sanità un cittadino calabrese riceve 15,9 euro pro capite contro gli 84,4 euro pro capite di un cittadino emiliano-romagnolo. Parlare di diritti di cittadinanza sanitaria in queste condizioni è una provocazione. Avete capito allora di che cosa stiamo parlando?

E adesso mi chiederete: ma perché la Calabria è l’emblema della crisi istituzionale italiana e perché su questo, non su altro, rischia l’incidente che pone fine alla sua esperienza di governo il Presidente del Consiglio Conte? Perché non è possibile da nessun punto di vista etico, economico, civile consentire ai sindacati di agitare la bandierina della sanità per chiedere rinnovi contrattuali centrali e territoriali per un totale di 6,7 miliardi (sì, avete capito bene) non per i medici e gli infermieri che ne hanno tutte le ragioni ma per aumentare lo stipendio di chi è rimasto a casa e non ha perso un euro.

Non è possibile nemmeno aprire un tavolo su questo tema mentre il lavoro privato vive la sua stagione più terribile, addirittura quella della sua polverizzazione in una terra dimenticata da tutti e mentre è ormai chiaro a chiunque che le risorse pubbliche devono andare a sostegno della spesa sociale e infrastrutturale negate in Calabria come nelle altre regioni del Mezzogiorno per mettere in sicurezza oggi vite umane e domani vite economiche. Chi ha la sicurezza del posto fisso e riscuote ogni mese il suo regolare stipendio in piena Pandemia mondiale circondato da un cimitero di lavori privati che vanno in fumo e di invisibili che sfondano anche il pavimento della sotto povertà non può essere in questo momento la priorità dell’azione di governo.

La proclamazione dello sciopero da parte dei sindacati rimarrà per sempre la pagina nera della storia di questo nuovo ’29 mondiale. Prendiamo atto che il federalismo fiscale dei ricchi è giustamente rinviato di un anno e in questo il Governo mostra consapevolezza della situazione, ma non è più tempo di mezze misure e di mezze promesse. Se lo Stato e chi lo rappresenta nella funzione di governo esiste, alla guida della sanità calabrese dovrà nominare un manager specializzato in sanità che capisce di diritto amministrativo e di medicina e dovrà fare sentire dietro di lui tutta la forza dello Stato che non può essere solo quella di una magistratura inquirente di livello altissimo che fa il suo dovere in modo egregio e verso i cui uomini bisogna avere solo gratitudine. Questo Stato deve essere quello che deve tutelare i suoi uomini non spedendoli più a fare i ragionieri che tagliano pure l’aria, ma finanziando in modo adeguato la cassa di cui dispongono per riorganizzare e migliorare la rete dei servizi per affrontare l’emergenza oggi e cambiare le cose per sempre domani.

Si torna sempre a quella operazione verità che l’abile regia delle Regioni forti del Centro-Nord in un’alleanza di miopi interessi che lega Sinistra e Destra impedisce sistematicamente di fare. Dietro questi comportamenti si annida la prima questione competitiva del Paese che è il federalismo della irresponsabilità. Affonda le sue radici in una deriva istituzionale che ha diviso il Paese in venti staterelli in lotta tra di loro e ha aperto un solco tra le due Italie che è la voragine delle diseguaglianze di oggi. Dal fondo di quella voragine salgono verso il Paese i fumi della dissoluzione istituzionale e della rivolta sociale.

Presidente Conte, non ci dorma sopra la notte, cerchi l’uomo giusto tra quei calabresi che hanno avuto fame e si sono affermati con le loro forze fuori dalla loro terra, li richiami al dovere della responsabilità e non li abbandoni mai. Faccia l’operazione verità di cui non c’è la benché minima traccia nella nuova legge di stabilità. Se non farà l’una e l’altra cosa insieme le ipotesi sono due. La prima è che verrà un altro a fare quello che lei non è riuscito a fare. La seconda è che anche chi prenderà il suo posto fallirà e allora l’Italia uscirà dal novero delle grandi economie industrializzate. In entrambe le ipotesi la sua stagione politica può ritenersi conclusa.

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