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Siamo davanti a una bomba sociale mai conosciuta nella storia della Repubblica italiana che, se non disinnescata, fa dell’Italia la nuova Grecia. Sulla base delle ore di lavoro perse, i posti che rischiano di andare in fumo sono 5,6 milioni. Bisogna uscire dalla tenaglia 60% di investimenti e 40% di incentivi che rischia di imbottirci di prestiti per continuare a fare favori assistenziali alle Regioni dominanti sostenendo imprese fuori mercato. Bisogna privilegiare gli investimenti pubblici che agiscono direttamente sul denominatore della crescita e sono obbligati a correre sul binario della riduzione del divario. Non si può ripetere l’errore strategico ventennale di tagliare il Sud

TIRIAMO una riga. Dimentichiamoci le bozze di carta straccia e le favole raccontate dai cosiddetti giornali di qualità. Che sono parte integrante del problema italiano. Cerchiamo piuttosto di non ripetere l’errore strategico che abbiamo ossessivamente ripetuto per venti lunghi anni e che è alla base del declino italiano. Il Paese non si riprenderà mai se rimarrà nelle mani della Santa Alleanza tra Sinistra Padronale tosco-emiliana e Destra lombardo-veneta a trazione leghista che ha, di fatto, abolito la spesa infrastrutturale immateriale e materiale nel Mezzogiorno e ridotto alla metà o addirittura a un quarto la spesa sociale in conto/capitale nella scuola e nella sanità tra Regioni del Nord e del Sud.

Questo è il problema competitivo italiano perché sottraendo risorse di sviluppo alle popolazioni meridionali per finanziare spesa buona e molto assistenzialismo nei territori settentrionali si è ridotto il reddito pro capite di venti milioni di persone a poco più della metà degli altri quaranta milioni. Si è privato così il Paese intero di un mercato di consumi che vale più di ogni altro mercato di esportazioni e si è rinunciato più o meno consapevolmente a un’idea da grande economia perché è venuta meno una dimensione produttiva nazionale congrua con questa ambizione. Dopo tre mesi di palleggio a bordo campo siamo arrivati alla fine dell’anno senza il Recovery Plan e senza neppure qualcosa che ci assomiglia in grado di superare l’esame europeo. A meno che non si vogliano prendere per buone le bozze fatte circolare da ministre e ministri tra i più screditati e avvalorate da giornali compiacenti che vivono su Marte.

Sulla terra succede che, come ha calcolato Ref Ricerche sulla base delle ore di lavoro perse, i posti che rischiano di andare in fumo sono 5,6 milioni. Visto che al momento se ne contano 750 mila che sono i contratti a termine non rinnovati, vuol dire che sotto il coperchio della pentola a pressione di cassa integrazione, moratorie, tasse rinviate, aiuti varii ballano a aprile cinque milioni di posti di lavoro. Siamo davanti a una bomba sociale mai conosciuta nella storia della Repubblica italiana che, se non disinnescata, fa dell’Italia la nuova Grecia. Per questo consigliamo a tutti – partiti bramosi di potere, Governatori sul piede di guerra, chi più ne ha più ne metta – di seguire il suggerimento del ministro per gli Affari Comunitari, Vincenzo Amendola, di avere come stella polare del Recovery Plan italiano gli investimenti pubblici che agiscono direttamente sul denominatore della crescita e sono obbligati a correre sul binario della riduzione del divario e non sugli incentivi che si muovono come le palline di un flipper impazzito per distribuire punti e mancette solo in una parte del Paese portando in dote nuovo pericolosissimo debito senza crescita. Il moltiplicatore degli investimenti pubblici per ogni euro è infinitamente superiore a quello degli incentivi per lo stesso euro perché i primi creano le condizioni dello sviluppo e possono attuare il riequilibrio tra le due Italie, i secondi invece servono a comperare consenso ma hanno meno effetti sul denominatore.

Non si tratta di salvare il Mezzogiorno ma l’Italia perché se ci ritroviamo con un debito pubblico al 180% per continuare a fare regali ai ricchi mentre la politica balla sul Titanic con squadre ritirate dall’esecutivo e giochetti da Prima Repubblica, allora non solo avremo molto meno di quanto attribuitoci dall’Europa ma l’ombrello monetario della Banca Centrale europea non sarà sufficiente a riparare l’Italia dagli acquazzoni sociali della sindrome greca. Paradossalmente, può aiutare molto il nuovo calendario del Recovery Plan: tra ieri e oggi le bozze dei partiti, poi lavoro di scrematura e analisi tecnica da parte del Ministero dell’Economia e delle finanze (Mef), nuova bozza da approvare in consiglio dei ministri e tutto gennaio voto e consultazione in Parlamento dove ogni progetto verrà passato al setaccio come e più di una nuova legge di stabilità. Perché credo che questo calendario possa aiutare Conte in zona Cesarini? Perché ha l’opportunità politica di uscire dalla tenaglia 60% di investimenti e 40% di incentivi che rischia di imbottirci di prestiti non additivi ma sostitutivi per continuare a fare clientele e favori assistenziali alle Regioni dominanti che non hanno fatto altro che inondare Roma di progetti di sostegno a imprese fuori mercato e di opere incompiute ventennali o trentennali sganciati da qualsivoglia disegno organico nazionale di sviluppo. Il primo atto politico serio da compiere è, dunque, quello di dare la precedenza agli investimenti pubblici sugli incentivi. Razionalizzare il piano e caricare il fondo perduto più al Sud. Al Mef si lavora su questo.

Perché dal dissesto idrogeologico alle ferrovie veloci, dalle scuole agli asili nido, dalla banda larga ultra veloce alla sanità e ai rifiuti, l’investimento pubblico andrà direzionato dove ce ne è più bisogno e più si riuscirà a fare questa operazione più forte e diretto sarà l’effetto sul denominatore della crescita. Che è l’unico che può rendere tollerabile il macigno del debito che grava su ognuno di noi e evitarci la crisi finanziaria. Questa scelta, peraltro, deve muoversi all’interno del nuovo schema europeo basato su debito comune e priorità strategica alla sfida della coesione che in Italia si chiama riequilibrio territoriale. Per tali ragioni i parametri relativi ai livelli essenziali/omogenei di prestazione e i criteri di valutazione di impatto e di sostenibilità di genere non comportano una preventiva distribuzione territoriale dei progetti in campo, ma è evidente che se non altro per ineludibili caratteri di tematicità non potranno non avvantaggiare correttamente il Mezzogiorno.

Perché è qui, non altrove, che da venti anni non si spende un euro in asili nido contro i tremila euro pro capite della Brianza. Perché è qui, non altrove, che poco si è fatto e quasi nulla si è speso per affrontare il dissesto idrogeologico. Per colmare i ritardi nella sanità in genere e nei rifiuti. Per rimettere in sesto porti e retro porti. Per fare la piattaforma logistica del Mediterraneo e per fare treni di alta capacità e velocità ferroviarie. Tutti interventi ad alto contenuto di impatto ambientale e favoriti, come quelli su scuola, capitale umano e ricerca, dal Next Generation Eu. Si potrà così agire in modo complementare con i fondi europei di coesione moltiplicando l’offerta strutturale di investimenti pubblici e privilegiando perché meno onerosi tutti i fondi perduti possibili e immaginabili. Per capire di che cosa stiamo parlando basti pensare a quello che è accaduto con la alta velocità ferroviaria Napoli-Bari.

La Banca europea degli investimenti (Bei), grazie all’azione decisiva del suo vicepresidente italiano Dario Scannapieco, ha dato a questo progetto il finanziamento più importante della sua storia bancaria, ma il treno veloce che collega Napoli e Bari non potrà superare i duecento all’ora perché il progetto esecutivo finanziato è quello di venticinque anni fa. Vale a dire il quarto di secolo che la Santa Alleanza dei Capi delle Regioni del Nord di Sinistra e di Destra ha egemonizzato facendo il bello e il cattivo tempo con il bilancio nazionale, abolendo di fatto il Mezzogiorno dalla spesa pubblica infrastrutturale al massimo della miopia. Adesso vi è più chiaro perché Nord e Sud di Italia sono gli unici due territori europei a non avere raggiunto i livelli pre-crisi del 2008, indipendentemente dall’arrivo del Covid 19. Il Recovery Plan è l’ultima occasione per riprendere il cammino della storia italiana da dove fu bruscamente e stupidamente interrotto che è il sentiero virtuoso di crescita e di riduzione del divario basato sugli investimenti. Ovviamente per fare tutto questo serve una classe di governo all’altezza e pochi mirati interventi strutturali, a partire dalla macchina esecutiva, ma di questi parliamo domani.

Perché oggi il punto chiave è acquisire la parola chiave “investimenti pubblici” nell’azione di governo per squarciare la nebbiolina che avvolge e nasconde la realtà sotto i sommovimenti della politica di potere centrale e locale. Per provare a recuperare in extremis il tempo dolosamente perduto e cominciare a fare le cose serie.

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