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Mario Draghi

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La Nuova Ricostruzione di Draghi ha bisogno delle teste e del cuore delle donne e degli uomini del Mezzogiorno che si mettono insieme e fanno gioco di squadra. Questa oggi è la nostra partita. Chi ha guidato la Banca d’Italia e, nel caso di Draghi, anche la BCE non può non avere sensibilità politica, sa bene che cosa è l’interesse generale e prende decisioni che hanno una valenza politica enorme. Gli Einaudi, i Carli, i Ciampi, i Draghi chi li considera solo tecnici non ha capito niente

C’è una domanda che mi pongono in molti: direttore, ma perché ha così tanta fiducia nella coerenza meridionalista del governo Draghi? A seguire, tendenzialmente ne arriva un’altra: non vede che sono tutti ministri del Nord, ma come fa a fidarsi di quel Giorgetti lì?

Dico subito: se c’è una cosa che non sopporto è la geografia come arma politica. Perché anche solo culturalmente accettare il principio che sia la carta di identità a guidare l’azione di un politico al governo di una nazione non è un’affermazione da democrazia matura. Esistono certo gli interessi e la politica ne è portatrice naturale a seconda dei casi più o meno nobili, l’autocritica della classe politica meridionale degli ultimi venti anni sulla mancata difesa delle ragioni nobili del Mezzogiorno peraltro è d’obbligo.

Questo giornale ha documentato nei minimi dettagli e in assoluta solitudine fin dal suo primo giorno di uscita la sottrazione indebita di decine di miliardi l’anno di spesa pubblica sociale e infrastrutturale ai danni della comunità meridionale. Sono stati negati i diritti di cittadinanza nella scuola come nella sanità e nei trasporti a venti milioni di persone a causa di un patto miope, prima che scellerato, tra la Sinistra padronale tosco-emiliana e la Destra lombardo-veneta a trazione leghista cementato dal più irresponsabile dei federalismi conosciuti al mondo. Questa è la prima delle cause del problema competitivo italiano e della frantumazione civile oltre che economica del Paese.

Allora, mi chiederete, perché tanta fiducia nel governo di unità nazionale guidato da Draghi? Perché tanta fiducia nei cosiddetti tecnici? Voglio essere molto chiaro: Mario Draghi appartiene a una scuola di Servitori dello Stato che si posero più di mezzo secolo fa il tema dell’unità nazionale del Paese e che oggi nel silenzio generale di tutti con la stessa determinazione di allora hanno posto il problema del distacco del Mezzogiorno e della spaccatura delle due Italie. C’è una lunga tradizione che parte con il Menichella dell’oscar mondiale della lira negli anni del miracolo economico italiano fino al Draghi di oggi salvatore dell’euro nel vortice della Grande Crisi dei debiti sovrani che appartengono insieme all’orgoglio meridionalista di questo Paese.

Chi se non Draghi ha parlato senza mezzi termini di dimezzamento degli investimenti pubblici nel Mezzogiorno e di un reddito pro capite del Sud che è pari al 55% di quello del Nord? Chi se non lui ha posto con nettezza il divario da colmare al centro del nuovo Recovery Plan?

Non appartiene alla stessa scuola il ministro dell’economia, Daniele Franco, che ha collocato questa disparità prima di quella dei giovani e della parità di genere? Che costituiscono peraltro tutte insieme le voci più rilevanti della priorità strategica della coesione territoriale e, quindi, del superamento del divario di reddito del Mezzogiorno con il resto del Paese? Non ha annunciato, forse, il governatore della Banca d’Italia Visco, che di questo problema ha parlato anche quando nessuno lo citava, che a fine anno sarà pronto un lavoro organico su tale problema competitivo italiano perché le cose vanno viste in profondità? È stato sì o no Fabio Panetta, membro del board della BCE e ex direttore generale di Bankitalia, a suonare in questi due ultimi anni per primo la sveglia nel dibattito politico e economico italiano? È stato lui o no a dire che un Paese non può reggere alla lunga se una parte guadagna il doppio dell’altra? Che sono due Paesi diversi? O a denunciare con numeri inconfutabili il taglio degli investimenti pubblici e della spesa sociale?

Noi, cari lettori, queste persone le abbiamo sentite sempre al nostro fianco nel processo pubblico diretto a favorire la percezione della consapevolezza che senza attuare la convergenza il Paese tutto non riparte.

C’è una presa di coscienza seria del problema che vuol dire tante cose. Che vuol dire investimenti pubblici e buoni progetti, riconoscimento dei diritti di cittadinanza negati e partecipazione attiva della comunità meridionale a un processo di rinascita consapevole. Parliamoci chiaro.

Chi ha guidato la Banca d’Italia e, nel caso di Draghi, anche la BCE non può non avere sensibilità politica, sa bene che cosa è l’interesse generale e prende decisioni che hanno una valenza politica enorme. Gli Einaudi, i Carli, i Ciampi, i Draghi se li consideri solo tecnici non hai capito niente. Chi è stato presidente del consiglio, chi ministro, chi presidente della Repubblica, chi tutte e tre le cose insieme. Hanno fatto tutti politica avendo sempre a mente l’interesse generale.

Oggi questo interesse generale coincide con la riunificazione delle due Italie. Dimostriamo di averlo capito, mobilitiamoci e organizziamoci. Per una volta non per continuare a chiedere ciò che tutti a partire dall’Europa ci vogliono dare, ma per fare in modo che ritorni lo spirito del fare, la competenza e il pragmatismo concludente della stagione della prima ricostruzione.

La Nuova Ricostruzione di Draghi ha bisogno delle teste e del cuore delle donne e degli uomini del Mezzogiorno che si mettono insieme e fanno gioco di squadra. Questa oggi, credetemi, è la nostra partita.


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