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Mario Draghi

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Il governo Draghi vuole cambiare la pubblica amministrazione e il modo di fare giustizia in Italia. Perché se ciò non avviene, il Paese non riavrà mai la sua macchina degli investimenti pubblici che funziona e non potrà mai neppure pensare di realizzare la riunificazione delle due Italie. Servono prima di tutto la voglia di mettersi in discussione e l’orgoglio contagioso di un Sud che vuole dimostrare a se stesso e agli altri che ha il talento e la determinazione di organizzarsi e di guidare il processo della Nuova Ricostruzione. Non si deve impedire alla comunità meridionale di cogliere il frutto più bello della rinnovata coerenza meridionalista degasperiana.

La coerenza meridionalista degasperiana si nutre di fatti piccoli e grandi e della fiducia contagiosa che ne discende. Perché le cose avvengano, bisogna incidere giorno dopo giorno. Bisogna mediare, ma decidere. Bisogna decidere, non rinviare. Evitare che nella calura estiva di agosto tutte le trombette della propaganda dei partiti si mettano a strimpellare i loro motivetti sulla riforma delle riforme che è quella della giustizia e impedire alla Commissione europea di dovere constatare che l’Italia resta il grande malato d’Europa per la sua cronica incapacità di decidere, sono due fatti che dimostrano che i governi non vanno misurati per la durata ma per la qualità delle decisioni che prendono e la durata dei loro effetti.

La riforma della giustizia Cartabia del governo di unità nazionale guidato da Draghi è chiaramente il frutto di un compromesso, ma dimostra alla comunità italiana e alla comunità degli investitori globali che il Paese ha deciso di cambiare e vuole rispettare il cronoprogramma di riforme del Piano nazionale di ripresa e di resilienza. Che vuol dire non occuparsi di soldi ma di tutto ciò che è indispensabile per spendere, e bene, i soldi europei disponibili e per attrarne infinitamente di più dalla comunità degli investitori globali.

Dimostra che il governo Draghi vuole cambiare la pubblica amministrazione e il modo di fare giustizia in Italia. Perché se ciò non avviene, il Paese non riavrà mai la sua macchina degli investimenti pubblici che funziona e non potrà mai neppure pensare di realizzare la riunificazione delle due Italie. Ecco perché, avendo dato un regime speciale ai processi di mafia che ha una sua logica, il compromesso sulla giustizia raggiunto da questo esecutivo di unità nazionale è importante anche se risente della lentezza culturale del Paese. Che è la sintesi del lungo sonno della ragione nel ventennio miope della dissoluzione federalista che impedisce di capire che la civiltà giuridica mondiale pone al primo posto la brevità dei suoi processi. Resta, però, il fatto che il governo Draghi rispetta la regola aurea della coerenza meridionalista che è il riformismo concludente ignorata purtroppo da tutti gli osservatori del Mezzogiorno presi da calcoli (quasi sempre) sbagliati su percentuali e altri catastrofismi che ingigantiscono il dito e impediscono di vedere la luna.

Dico queste cose perché il caso vuole che il consueto rapporto annuale della Svimez sia stato reso noto ieri e documenti con la tradizionale dovizia tutti i numeri del ritardo del Mezzogiorno, diventato a sua volta così contagioso da avere attecchito praticamente in quasi tutte le regioni del Centro Italia e, a sorpresa, in più di una delle regioni del Nord, a partire dal Piemonte, confermando un’analisi condivisibile che non possono da sole Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Friuli Venezia Giulia rappresentare la carta di identità di un’Italia che riparte.

In questo hanno ragione perché così non può essere. Dove, però, qui come altrove, si ingigantisce il dito e si annulla la luna, è che ci si rifiuta in modo aprioristico di cogliere il valore che non può uscire dai modelli econometrici di un Paese che ha deciso di cambiare ponendo al centro del suo grande progetto di sviluppo l’obiettivo strategico della riduzione delle disparità territoriali e che, forte di questi risultati in casa, ha in Draghi l’uomo giusto perché l’Europa della coesione sociale e, nel lungo termine, della condivisione dei debiti finalmente prevalga.

Non cogliere questo momento della storia è la più grave delle cecità perché impedisce alla comunità meridionale di cogliere il frutto più bello della rinnovata coerenza meridionalista degasperiana. Quello di mettersi a fare e di farlo bene in modo contagioso, come avvenne nel Dopoguerra negli anni della prima ricostruzione. Perché oggi ci sono i soldi che prima non c’erano in questa misura e si opera per dotare il Paese della macchina pubblica della amministrazione e della giustizia rinnovate al meglio possibile nella situazione data.

Servono prima di tutto la voglia di mettersi in discussione e l’orgoglio contagioso di un Sud che vuole dimostrare a se stesso e agli altri che ha il talento e la determinazione di organizzarsi e di guidare il processo della Nuova Ricostruzione. Noi sappiamo che li possiede e continuiamo a crederci e a chiederlo. Perché sappiamo che il momento della storia esige questo. Esige di guardare la luna, non il dito.


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