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Il progetto del ponte sullo Stretto

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Enrico Giovannini dichiara che il progetto a una campata per il Ponte sullo Stretto di Messina, quello disponibile, non può essere preso in considerazione tecnicamente e finanziariamente. Quando i migliori esperti del Paese guidati da un ingegnere di valore, Giulio Ballio, che è stato rettore del Politecnico di Milano per otto anni, sostengono l’esatto contrario e hanno scritto al presidente del consiglio, Mario Draghi, chiedendogli di intervenire. Come mai lo stesso ministro Giovannini non ha ancora varato il Comitato speciale del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici che deve approvare i progetti del Piano nazionale di ripresa e di resilienza?

Bisogna spezzare le catene che hanno chiuso in gabbia il Paese da troppi anni impedendogli di fare opere immateriali e materiali. Il grandissimo lavoro di riforme di struttura fatte dal governo Draghi e la fiducia contagiosa figlia del successo indubbio della campagna di vaccinazione, possono avere una battuta d’arresto se qualche ministro con deleghe pesanti, come Giovannini, commette errori clamorosi, indulge al vizio storico italiano dell’annuncite e mette sabbia più o meno consapevolmente negli ingranaggi esecutivi. Che sono quelli decisivi per fare in modo che la macchina pubblica degli investimenti si rimetta in moto, consenta di attuare con successo il programma di interventi previsto dal Recovery Plan, e permetta parallelamente la mobilitazione di capitali privati internazionali e nazionali.

Siamo davanti a un caso che comincia ad assumere contorni preoccupanti e che è necessario segnalare prima che non sia più possibile intervenire.

Punto uno. In una sede pubblica, Agorà Rai 3, il ministro delle Infrastrutture e delle Mobilità sostenibili, Enrico Giovannini, dichiara che il progetto a una campata per il Ponte sullo Stretto di Messina, quello disponibile, non può essere preso in considerazione tecnicamente e finanziariamente. Non sappiamo se attribuire questa dichiarazione più a ignoranza della materia o a arroganza, ma sappiamo che i migliori esperti del Paese guidati da un ingegnere di valore, Giulio Ballio, che è stato rettore del Politecnico di Milano per otto anni, sostengono l’esatto contrario e hanno scritto al presidente del consiglio, Mario Draghi, chiedendogli di intervenire.

Sorvoliamo sul numero impressionante di istituzioni tecniche, contabili, amministrative che hanno espresso parere favorevole al progetto che ha ormai tutti i benestare per passare immediatamente alla fase esecutiva, ma restiamo basiti dalla povertà di ragioni tecniche esposte da un ministro tecnico presumibilmente per nascondere un problema politico.

Punto due. Lo stesso ministro tecnico da otto mesi racconta un film che non esiste. Annuncia cantieri che si aprono, ma che nessuno può aprire. Fa impressione questa annuncite che assomiglia molto a quella imbarazzante della ministra che lo ha preceduto, Paola De Micheli. La stampa nazionale dopo avere applaudito il film dell’orrore dell’annuncite, che non è nient’altro che le parole di Giovannini, pubblica una lettera dei commissari allo stesso ministro – che li ha pure nominati – e scopre che è tutto falso. Che non succede nulla, non parte nulla. Non per colpa di questo o quel sindaco, di questo o quel burocrate.

La verità (amara) è che è proprio lo stesso ministro Giovannini a non avere ancora varato il Comitato speciale del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici che deve approvare i progetti del Piano nazionale di ripresa e di resilienza. Anche in questo caso, della procedura di nomina del Comitato si conosce solo la buona volontà a nominarlo, attraverso quel canale di annuncite che appare il tratto comportamentale prevalente del nostro ministro. Così come, per la verità, anche l’altro ministro tecnico, Cingolani, di indicazione Cinquestelle, non ha ancora istituito la Commissione bis per la valutazione di impatto ambientale.

In questo caso è stato avviato un bando, ma l’impegno era di nominare la commissione entro luglio, non di arrivare a fine settembre solo con un bando. Chiariamoci, i commissari hanno ragione. Con le leggi di prima e i burocrati di prima si può accelerare solo l’ansia, se si vuole cambiare davvero si devono nominare i due organi succitati dentro i quali tutte le procedure sono accelerate per legge. Fa bene la presidenza del consiglio a convocare una cabina di regia ad hoc e fa bene il sottosegretario Garofoli a procedere con passo di carica a definire un Piano per l’attuazione con compiti e obiettivi Ministero per Ministero. Questo è lo snodo operativo decisivo e va affrontato senza mediazioni. La Ragioneria generale dello Stato sta dando una mano preziosa, i ministeri fanno fatica, è chiaro ormai a tutti che senza poteri di controllo, di revoca e di richiamo della presidenza del consiglio e del ministero dell’Economia non si va da nessuna parte.

Punto terzo. Desta sconcerto in ambienti sempre più vasti la decisione del ministro Giovannini di avere attivato un nuovo studio di fattibilità per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina. Se c’è un’opera che è stata studiata nei minimi dettagli, che ha superato diversi e ripetuti stress test tecnici, di controllo amministrativo e di tutte le possibili valutazioni di impatto, che ha visto sottoporre ogni tipo di lavori in tutti gli ambiti istituzionali, ebbene quest’opera si chiama Ponte sullo Stretto di Messina. Come è possibile che si decida di ricominciare daccapo, addirittura con uno studio di fattibilità dopo avere già speso centinaia di milioni coinvolgendo il meglio della consulenza tecnica internazionale e italiana? È evidente anche a un bambino che dietro queste manovre c’è la volontà di rinviare nel tempo la realizzabilità dell’opera. Avere, poi, destinato risorse relativamente ingenti per la velocizzazione dell’attraversamento marittimo dello Stretto con navi più lunghe e treni più corti legittima ogni genere di sospetti.

Punto quarto. È evidente a tutti che davanti a questa stasi che dura colpevolmente da sei anni, debba per forza scattare ad horas la istituzione di una sede presso la presidenza del consiglio per fare tutto ciò che ministri e ministeri non riescono a fare. Non si è fatto niente fino a oggi, tranne il lavoro ben fatto di Ragioneria generale dello Stato e di coordinamento del Mef con la Commissione europea, perché nei ministeri e, soprattutto, in quello degli ex trasporti guidato da Giovannini, prevale l’annuncite. In queste condizioni uscire tutti i giorni sui giornali diventa pericoloso in modo crescente per il ministro Giovannini. Essendo intellettualmente onesto, saprà lui che cosa fare per uscire da questa forma di nichilismo in cui è precipitato. Comprendiamo che i comandanti difendono i loro colonnelli quando sono sotto attacco, ma i colonnelli devono capire la situazione e, avendo noi grande stima della sua onestà intellettuale, riteniamo che sappia bene quali sono le decisioni da prendere in simili circostanze.


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