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Il ministro Daniele Franco e il premier Mario Draghi

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Quando l’Italia cresce può fare molte cose belle perché vuol dire che la macchina dell’economia gira, che il Covid scende, che il Paese può concepire di fare la riforma fiscale, che il debito pubblico rimborsabile, che la strada della riunificazione delle due Italie diventa percorribile. Attenzione, però, il compito che attende chi governa il Paese e la sua comunità economica, scientifica, burocratica e sociale è quello di trasformare tutti insieme il rimbalzone in crescita strutturale e, cioè, sostenibile e duratura. La partita italiana si vince o si perde se si faranno o meno gli investimenti nel Mezzogiorno e se saremo capaci di valorizzare le risorse professionali che già ci sono e quelle che potremmo attrarre. Sappiamo che un centro rinnovato dovrà sostituire a più non posso le debolezze della periferia

Domani avremo la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza (Def) più conosciuta come Nadef. Questa nota tecnico-politica misura la capacità di mantenere gli impegni di un governo e certificherà una crescita del 6%, un debito al 155/156% del prodotto interno lordo (Pil) e un deficit intorno al 10% del Pil, forse 9,8/9,9%. Sono tutti numeri migliori di quelli previsti ad aprile che danno spazio potenziale alla riforma fiscale per cui domani avremo anche la delega. Sono numeri “relativamente belli” in tempi di nuovo ’29 mondiale soprattutto perché, per la prima volta, la Nadef smentisce il Def non peggiorando come sempre i conti previsti, ma viceversa correggendoli drasticamente in meglio. Grazie a questo miglioramento, in piena pandemia globale, faremo una manovra senza lo scostamento.

Scusate, cari lettori, questo elenco noioso di cifre e di termini tecnici. Ho ritenuto di farlo perché indicano una chiara tendenza e mi permettono retoricamente di chiedervi: ma perché quello che non è accaduto mai negli ultimi venti anni, anche in quelli non attraversati da grandi crisi internazionali, vale a dire esporre dati migliori delle previsioni invece che peggiorativi, avviene addirittura nel punto di massima crisi globale e, cioè, nei giorni del nuovo ’29 mondiale da Covid 19? Quando tutto, insomma, dovrebbe essere oggettivamente più difficile?

La risposta è semplice, ma è bene esplicitarla: accade perché per la prima volta dopo un’eternità abbiamo una crescita da miracolo economico con tassi cinesi. Pensateci un secondo: che cosa dimostra tutto ciò? Che quando l’Italia cresce può fare molte cose belle perché vuol dire che la macchina dell’economia gira, che il Covid scende, che il Paese può concepire di fare la riforma fiscale, che il debito pubblico è rimborsabile, che la strada della riunificazione delle due Italie diventa percorribile. Attenzione, però, perché qui in Italia casca l’asino. Il rimbalzone, a un certo punto, scende, piano piano esaurisce la sua forza e si ferma. Con il solo rimbalzone non ce la puoi fare, ecco perché il compito che attende chi governa il Paese e la sua comunità economica, scientifica, burocratica e sociale è quello di trasformare tutti insieme il rimbalzone in crescita strutturale e, cioè, sostenibile e duratura.

Questo oggi dipende non tanto dalle riforme che sono assolutamente indispensabili anche se produrranno i loro effetti a regime in un arco di tempo di cinque/dieci anni, ma dall’attuazione effettiva degli investimenti che li misuri invece dall’anno prossimo.

Perché noi abbiamo bisogno di una spinta a partire dal 2022 durante il quale dobbiamo crescere ancora almeno sopra il 4%.

Per farlo bisogna rispettare al millesimo gli obiettivi di attuazione degli investimenti del Piano nazionale di ripresa e di resilienza che adesso sono in forte difficoltà generale e in fortissima difficoltà nel Mezzogiorno. Dove financo con le Ferrovie dello Stato siamo a una capacità di spesa effettiva di poco più di due miliardi su una dotazione di ventiquattro propaganda e trombettieri a parte. Sui 24 provvedimenti da attuare per fare gli investimenti e non perdere i soldi europei, siamo fermi a cinque che equivale a dire che abbiamo fatto il 21% di quello che dobbiamo fare e che in pochissimi mesi dobbiamo fare il 79% che manca.

Diciamo le cose come stanno. I numeri della Nadef disegnano la dimensione dell’occasione storica che noi abbiamo davanti, perché ci fanno capire dove potremmo arrivare e che cosa potremmo fare. I numeri delle inadempienze dei ministeri a partire dal dicastero delle Infrastrutture e delle Mobilità sostenibili, guidato da Giovannini, punto di massima debolezza di questo esecutivo, indicano quanta strada dobbiamo recuperare entro la fine dell’anno e, allo stesso tempo, misurano la dimensione potenziale della inettitudine che ci potrebbe impedire di sfruttare l’ultima grande occasione storica che ci è data. Sappiamo che Draghi non lo permetterà e che il Sud dovrà avere l’umiltà di chiedere aiuto. Sappiamo che un centro rinnovato dovrà sostituire a più non posso le debolezze della periferia. Perché tutti, ma proprio tutti, sono consapevoli che la partita italiana si vince o si perde se si faranno o meno gli investimenti nel Mezzogiorno e se saremo capaci di valorizzare le risorse professionali che già ci sono e quelle che potremmo attrarre.

Dipende molto da noi. Che siamo l’unico cemento possibile con cui costruire la nuova Italia e rendere effettivo il Patto sociale degli investimenti, del capitale umano e della produttività. Non sprechiamo, per carità, la carta estrema Draghi.


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