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Dipendenti del terminal portuale Psa di Genova Pra' ai cancelli del terminal

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C’è uno scollamento tra il Paese mediatico fatto di filosofi autoreferenti del supertalk del nulla e il Paese reale fatto di gente che si è messa a correre. Che vuole lavorare a ogni costo. Che non rinuncerebbe per nulla al mondo a quello che sta facendo perché è tornata a vivere. Che scommette sulla forza tranquilla di Draghi – e di Brunetta oggi con tutta la pubblica amministrazione come ieri di Bianchi con la scuola – che ha dimostrato di mantenere equilibrio e barra dritta. Il tanto temuto Venerdì Nero è stato una bolla mediatica. Un racconto del niente che descrive ogni giorno un’Italia che non c’è più. Decine di persone riunite, venti trenta settanta, qui e là. Qualche centinaia di persone a Trieste, non i cinquantamila previsti. Che cumulati per i nostri media valgono come gli altri 46 milioni di italiani vaccinati

Non si può più stare zitti. Il problema italiano è la sua bolla mediatica. Un racconto del niente, soprattutto televisivo, che manda in onda ogni giorno un’Italia che non c’è più. Non sanno di che cosa parlano. Inseguono file che non ci sono. Descrivono blocchi che nessuno ha visto. Inquadrano per ore il camionista Sirio che ai loro occhi è un guru della scienza che può tranquillamente dire che il professor Remuzzi che parla dell’84% di vaccinati dà i numeri perché i suoi numeri, quelli delle sue fonti, dicono un’altra cosa. Per cui il supertalk estate inverno tiene a battesimo i numeri à la carte. Ognuno ha i suoi. Hanno tutti la stessa legittimazione. Si sono persi ogni pudore e ogni vergogna.

Questi signori che hanno in mano il dibattito della pubblica opinione non hanno nemmeno la forza di ricordare che siamo sette punti più avanti della Germania e cinque punti più avanti della Francia proprio perché c’è il green pass e perché ci siamo intelligentemente vaccinati in massa. Come si potesse anche solo ipotizzare con questi numeri di base, come si è fatto in un crescendo valchiriano fino a notte, che una minoranza così fuori dal mondo potesse bloccare l’intero Paese, per noi resta incomprensibile.

Diciamo le cose come stanno. C’è uno scollamento tra il Paese mediatico fatto di filosofi autoreferenti del nulla e il Paese reale fatto di gente che si è messa a correre. Che vuole lavorare a ogni costo, che vuole andare in pizzeria con gli amici, che è tornata a riempire i teatri. Che non rinuncerebbe per nulla al mondo a quello che sta facendo perché è tornata a vivere.

C’è un Paese reale che ha voglia di fare le cose, anche quelle difficili, che scommette sulla forza tranquilla di Draghi e di Brunetta – oggi con tutta la pubblica amministrazione come ieri Bianchi con la scuola che è stata la prima a riaprire – che hanno dimostrato sul campo la capacità di mantenere equilibrio e barra dritta. Gli italiani, le donne e gli uomini, i giovani e i meno giovani, lo hanno capito bene. Altrimenti dopo la scuola non avremmo riaperto la variegatissima galassia della pubblica amministrazione centrale e locale inventando un modello positivo di flessibilità e di sicurezza.

No, nell’Italia di prima questo non sarebbe stato possibile. Chi ha gli occhi per vedere e vuole vedere dovrebbe godere del fatto che gli italiani stanno attuando quello che scrivevano sui muri durante il primo lockdown: “ne usciremo, ce la faremo”. Al posto di dire quanto è stato bravo questo Paese e di raccontare il Paese che è ripartito, si perde il tempo a dare legittimazione mediatico-politica a chi corre dietro alle sue invenzioni per mania di protagonismo dove si mescolano egoismo individuale e ideologia.

Dove si correggono i numeri della scienza perché esistono i loro numeri che hanno il solo scopo di nascondere la realtà. Se avessero un po’ di seguito nel Paese reale avremmo fatto la fine dell’Inghilterra, che non ha le derrate alimentari in molti supermercati e è tornata a tremare con la curva dei contagi e delle terapie intensive che corrono all’insù. Questa minoranza del nulla è invece il protagonista del racconto mediatico del nulla. I due racconti combinati insieme sono l’emergenza democratica del momento.

Al supertalk italiano non interessa guardare e raccontare la realtà, ma piuttosto mettere su tutti i giorni lo spettacolo del gladiatore. Siamo davanti allo spettacolo moderno della battaglia dei gladiatori. Uno è vestito con la rete e con il tridente. Uno con la corazza e con il gladio. Tutte le sere. Perché in TV bisogna vedere due entità contrapposte e dare lo spettacolo in pasto al pubblico che fa il tifo o per l’uno o per l’altro. Il pubblico è consapevole che lo spettacolo si ripeterà centinaia di volte. Ogni giorno arriva un altro scontro. Il talk show è la traduzione moderna di questo gusto antico del pubblico di essere spettatore della rissa.

Il fine non è arrivare a stabilire chi ha torto o chi ha ragione, ma arrivare a replicare all’infinito lo scontro proprio come nello spettacolo dei gladiatori dove la guerra finta vince sulla guerra vera. Tutto ciò è incompatibile con la possibilità anche remota di vedere la realtà. Quarantasei milioni di italiani che non contano niente. Decine di persone riunite, venti trenta settanta, qui e là. Qualche centinaia di persone a Trieste non i cinquantamila previsti. Che cumulati per i nostri media valgono come gli altri 46 milioni. A volte di più. Siamo davanti a una pagina nera dell’informazione. Prima ce lo diciamo, meglio è.


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