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La Nazionale campione d'Europa in festa

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Più che una coppa è stata un reagente, di quelli che ti danno la prova delle convinzioni che vuoi dimostrare.

Un campionato che ha fatto cadere tanti luoghi comuni, anche se poi ne ha consacrati altri fino alla prossima verifica. Lo stile inglese e tutte le belle cose che gli esterofili ci raccontano, è una suggestione.

Quando 58mila persone abbandonano lo stadio per non assistere alla premiazione degli avversari siamo al clima delle nostre scostumate partite-derby strapaesane.

Sentimento umano e comprensibile ma proprio per questo privo di retorica. Senza contare i fischi all’inno italiano e le aggressioni ai nostri tifosi in festa. Un altro reagente è quello dello staff, il concetto di squadra, inflazionato e citato fino all’esasperazione da torme di telecronisti tifosi e a corto di idee e parole.

Mancini ha scelto i suoi collaboratori seguendo anche il criterio dell’amicizia, la sintonia e le affinità, pescando con l’eccezione di Oriali, solo nel mondo Sampdoria. Un metodo che se dovesse essere applicato in altri settori, in politica e nel pubblico soprattutto, avrebbe avuto per mesi titoloni e salotti tv contro, con il solito avviso di garanzia e l’accusa di abuso di ufficio.

Comunque sia, bello godersi la festa e la vittoria, gioire, festeggiare, esultare, essere felici e sfottere con garbo gli inglesi peccatori di presunzione. Ma evitiamo la sbornia patetica degli effetti collaterali. Le vittorie sportive sono vittorie sportive, chi tende a vederci altro con esaltazione e apologie sospette non conosce la storia.

Gli scudetti di Napoli e Cagliari non hanno cambiato di molto le realtà sociali, danno morale, felicità, qualche ricaduta economica ma poco altro. Campione d’Europa è stata anche la Grecia, altri Paesi con dittature in carica hanno vinto titoli mondiali.


Lo sport è uno spettacolare scaccia-pensieri, una distrazione formidabile, ma non risolve i guai della sanità, il caos della magistratura, i ritardi del Sud, la disoccupazione, la fuga dei cervelli e tutto il resto. Godiamoci questa festa senza andare oltre, senza attribuire a 26 ragazzi responsabilità che non hanno, missioni che non gli competono. E soprattutto senza smettere di lavorare per venire a capo dei guai che come nazione abbiamo.

Negli anni Trenta, per dieci anni abbiamo vinto tutto quello che c’era da vincere nel calcio, due campionati del mondo, una olimpiade. È andata come è andata. Godiamoci questa festa senza illusioni, al riparo della retorica nazionale che ci pioverà addosso. Come una splendida festa in maschera, sapendo che poi il giorno dopo ci dovremo mettere la faccia e la fatica. Come capita ai veri campioni.


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