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Il ministro per l'Economia, Roberto Gualtieri

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Superato il rimbalzo che è tipico delle economie di guerra, il problema grosso in termini di finanza pubblica è nel 2022-2023. Perché se vuoi che il nuovo debito non schizzi al 160% del Pil e anche di più, devi avere una crescita nominale rilevante. Devi esporre in modo persuasivo come, quando, dove, con quali scelte operative e quali investimenti pubblici e privati ritieni di potere fare una crescita di tre punti-tre punti e mezzo e, cioè, di conseguire livelli che può dare solo il moltiplicatore del Recovery Fund

LA GRAN Bretagna vive un brutto momento. Ha il mal di Brexit. Gli Stati Uniti hanno grossi problemi, si vedono a occhio nudo le crepe del muro sovranista. La Russia è sempre più invasiva e la Bielorussia è un vicino ingombrante. La Cina va per la sua strada e è una potenza importante. Nel Mediterraneo orientale e in Nord Africa turchi e egiziani la fanno da padroni, la Francia ha fatto di tutto per togliere lo scettro della Libia all’Italia ma ha buttato giù noi senza potere mettere la corona sulla sua testa. Mettiamola così: se noi europei vogliamo essere minimamente autonomi dobbiamo stare assieme e se no non c’è verso di avere un peso nel mondo.

Il tempo del salotto del G7 è finito anche se è bene che resti perché nel Club noi ci siamo, ma è chiaro a tutti che non è più come una volta perché in quel salotto non c’è più l’economia mondiale ma un pezzetto. La scelta europea di rafforzarsi come area di stabilità è un presidio della democrazia globale. Un punto di partenza obbligato in un mondo alla prese con il nuovo ’29, una Pandemia più persistente e contagiosa del previsto e il rischio concreto di una Grande Depressione mondiale. Che è qualcosa che scava in profondità e vale molto di più delle due Grandi Crisi finanziaria e sovrana che hanno prodotto danni cumulati in Italia superiori a quelli di una terza guerra mondiale persa.

Questo è il quadro globale di riferimento per un Paese come l’Italia che detiene il primato di avere gli unici due territori europei, il Nord e il Sud del Paese, che non hanno mai raggiunto i livelli pre-crisi (2007/2008) anche prima dell’arrivo del Covid. Siamo gli ultimi in Europa, usciamo da un ventennio di crescita nulla e negli ultimi anni abbiamo conosciuto la doppia recessione e la deflazione. Si è approfondito come non mai il solco delle diseguaglianze territoriali, economiche, sociali e civili. Per questo siamo gli osservati speciali in Europa e non possiamo più continuare a mediare con le lobby di casa nostra e il populismo della politica fino al punto di mettere a rischio i finanziamenti europei per le reti strategiche del Paese.

Dobbiamo piuttosto fare i conti in fretta con una frammentazione decisionale di impronta regionalista che blocca tutto e fare finalmente gli investimenti pubblici per riunificare infrastrutturalmente le due Italie e moltiplicare al Nord come al Sud gli investimenti privati. Chi vuole continuare a sottrarsi al confronto sull’operazione verità lanciata da questo giornale che ha messo a nudo le anomalie di una spesa pubblica che dà al ricco togliendo al povero, o è in malafede o non ha la percezione della gravità del momento che viviamo.

Non si scherza più perché non si potrà prolungare a vita la cassa integrazione e perché il numero delle donne e degli uomini senza un lavoro stabile è destinato giocoforza a crescere. In questi casi la credibilità è tutto. Il ministro dell’Economia Gualtieri può mettere i numerini che vuole prima nella Nadef e poi nella legge di bilancio, ma quei numerini devono essere credibili. Se mi dici che il Pil passa da -9 a +6% l’anno prossimo mettendo a segno il più classico dei rimbalzi che ci lascia comunque sotto lo scantinato dove eravamo finiti, ci può stare. Che il debito pubblico quest’anno arrivi al 158% del Pil, ci può stare uguale.

Se mi dici che dall’anno successivo il debito dovrà cominciare a scendere al 155% rispetto al Pil per poi scendere ancora, allora il tema chiave è vedere quanto metterai come obiettivo di crescita per il 2021 e, soprattutto, per il ’22 e il ’23 assumendoti oggi la responsabilità di stimare gli effetti del Recovery Plan. Superato il rimbalzo che è tipico delle economie di guerra, il problema grosso in termini di finanza pubblica è nel 2022/2023. Perché se vuoi che il nuovo debito non schizzi al 160% del Pil e anche di più, devi avere una crescita nominale di almeno due punti e mezzo/tre e devi attribuire in modo credibile al Recovery Plan un moltiplicatore forte che ti consenta se necessario di superare anche il 3%. Puoi spingerti anche fino al tre e mezzo purché lo dici e lo fai in modo credibile. Siamo sempre lì.

Insomma: il tema non è il rimbalzo di cui si crogiola sbagliando il ministro Gualtieri, perché lo stimano tutti in quanto fa parte delle regole delle grandi recessioni e delle grandi economie di guerra; il punto è che devi esporre in modo persuasivo come, quando, dove, con quali scelte operative e quali investimenti pubblici e privati ritieni di potere fare una crescita di tre punti- tre punti e mezzo e, cioè, di conseguire livelli mai raggiunti negli ultimi quaranta anni. Nel pieno dell’uragano mondiale e con i potentati regionali ringalluzziti dalle tornate elettorali e da una informazione cosiddetta di qualità tanto servile quanto mistificatrice.

Non esistono alternative perché se chi ci governa si azzardasse a comunicare al mercato che il debito scende anche nel 2022/23 e poi non accade vorrebbe dire che il debito è fuori controllo e sarebbe la fine. Per crescere come la Cina devi superare la fase della propaganda politica dei 600 progetti piombati sulla scrivania del ministro Amendola e uscire in fretta dalla lunga stagione della chiacchiera che ci portiamo dietro dal libro dei sogni che è il piano Colao agli Stati generali dell’Economia tirati in lungo con un piano pluriennale di investimenti fatto di cose che avvengono. Sembra l’uovo di Colombo, ma non lo è. Perché devi dire a Tim che nella rete della fibra comanda Cdp che è l’unica garanzia possibile che gli investimenti si facciano anche nelle aree più sperdute e devi smetterla di litigare in Aspi con i Benetton facendo un accordo che garantisca gli investimenti che è ciò che ci sta più a cuore.

Poi serve una struttura centrale tipo prima Cassa per il Mezzogiorno e uomini di oggi del valore degli uomini di ieri. Il resto sono chiacchiere. Francamente stucchevoli dentro un’emergenza sanitaria che non finisce e con il rischio di una ecatombe economica superiore a quella sanitaria.

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