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Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano

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PUR DI non riconoscere i diritti di cittadinanza violati delle donne e degli uomini del Sud da oltre dieci anni in qua, si arriva a esporre l’Italia a una specie di rischio Grecia (avere falsificato i bilanci) mettendo in dubbio la trasparenza e la correttezza dei numeri dei Conti pubblici territoriali della Repubblica italiana. Li riproduciamo alle pagine II e III nella edizione più aggiornata (2018) e vi affidiamo alla lettura di Fabrizio Galimberti (LEGGI).

Per capire di che cosa si tratta basti pensare che un cittadino emiliano-romagnolo per reti e infrastrutture riceve pro capite 2.069 euro e un cittadino campano 731. Per la sanità sempre pro capite a un cittadino lombardo vanno 2.533 euro e a un cittadino calabrese 1.547. Si è arrivati a mettere in dubbio la terzietà dei Conti Pubblici Territoriali (CPT) e dell’Agenzia di Coesione perché i suoi dati non coincidono con quelli dell’Istat benché siano pubbliche le metodologie condivise (si veda sempre Galimberti e i link citati alle pagine II e III) e evidentissime le ragioni della diversità. Che risiedono in obiettivi e finalità differenti delle due rilevazioni.

Se il mandato è quello di ricostruire la spesa pubblica allargata sul territorio è ovvio che CPT a differenza dell’Istat non dovrà annotare, solo a titolo di esempio, la spesa pubblica per le ambasciate italiane all’estero o gli interessi pagati sui titoli pubblici acquistati da compratori esteri. Tutto ciò che non è territorialmente collocabile non rileva. La peculiarità è una fotografia algebricamente incontestabile che mette insieme la spesa dello Stato, di tutti gli altri enti locali e di tutti i soggetti pubblici economici regione per regione. La matematica non è un’opinione e i fatti documentati sono inequivoci. Per smontarli le stesse persone che hanno invocato la riforma Fornero della previdenza per mettere in sicurezza i conti pubblici arrivano a ignorare l’abnorme peso che hanno sulla fiscalità generale le pensioni di anzianità pressoché integralmente ancora oggi pagate con il sistema retributivo e, quindi, con un carico pesante sul bilancio pubblico.

Senza considerare che i diversi pesi territoriali della spesa previdenziale sono di per sé la prova evidente del circuito perverso alimentato dalla mancata coesione. Dovuta certo a ritardi strutturali e debolezze della classe dirigente meridionale ma in misura infinitamente superiore alle distorsioni di una distribuzione della spesa sociale e infrastrutturale che penalizza in modo miope il Mezzogiorno.

Oggi ci fermiamo qui. La misura è colma perché assistiamo esterrefatti a giochi pericolosi, addirittura sulla contabilità nazionale. Vogliamo solo aggiungere che siamo costretti a constatare che l’Europa ha capito quello che è successo in Italia e ci chiede di portare la banda larga, l’alta velocità ferroviaria nel Mezzogiorno, di investire in scuola e ricerca, di fare buona sanità, e di rendere finalmente aggiuntivi i fondi di coesione. In casa si continua con la solita melina che ha alimentato la crescita del clientelismo e della infiltrazione criminale nelle attività economiche al Nord sottraendo al Mezzogiorno ciò che gli è dovuto non per l’assistenzialismo ma per le infrastrutture di sviluppo senza le quali non ci può essere crescita sana. Tutto ciò che ci ha condannato a essere gli ultimi in Europa al Sud come al Nord.

Abbiamo davanti a noi l’occasione storica del nuovo piano Marshall, che è il Fondo Next Generation EU, recuperiamo la coerenza meridionalista degasperiana di quegli anni. Soprattutto, smettiamola di litigare.

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