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Il ministro Gualtieri e il presidente Conte

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Nel prossimo anno tutti i soggetti europei resteranno cauti e lasceranno ai singoli Paesi le briglie sciolte. Ma per l’Italia le premesse non sono buone. Perché adesso si sta spendendo tanto e si prendono decisioni che avranno effetti negli anni a venire. Abbiamo gestito male l’emergenza economica non proteggendo i settori che andavano protetti ma aiutando tutti indistintamente e siamo in ritardo negli investimenti pubblici che sono necessari per moltiplicare quelli privati e che sono anche l’unica chiave di volta possibile per uscire dalla lunga stagione italiana della crescita dello zero virgola

La Cina è ripartita alla grande. Gli Stati Uniti sono sulla buona strada e diventeranno un po’ più filoatlantici. Il punto cruciale per l’Italia sarà quando Francia e Germania ripartiranno alla grande anche loro. La Banca Centrale europea cambierà lentamente la sua politica monetaria fortemente espansiva. La Commissione europea diventerà lentamente un po’ più rigorosa. Quando la nave comincerà a virare in Europa o noi saremo in crescita con gli altri o saranno guai. Il 2022 sarà l’anno della verità perché il 2021 sarà un anno di transizione dove tutti i soggetti europei resteranno cauti e lasceranno ai singoli Paesi le briglie sciolte. Nel 2021, dunque, l’Italia si gioca tutto.

Il rischio vero non è quello di ritrovarsi con un debito pubblico al 160% ma con un deficit al 4/5% del pil per cui quel debito al 160% non può più stabilizzarsi, parte all’impazzata se non si rientra negli standard di finanza pubblica pre-Covid con un deficit/pil al 2% o se non si hanno tassi di crescita alla cinese. Perché il 2021 è decisivo e promette male? Perché adesso si sta spendendo tanto ma non precisamente e quello che è ancora peggio è che approfittando delle briglie sciolte si prendono decisioni che avranno effetti negli anni a venire.

Abbiamo tolto le clausole di salvaguardia dell’Iva. Abbiamo aumentato gli organici del pubblico impiego con i soliti criteri di regolarizzazione di precari che hanno raggiunto l’età per la pensione dei tempi della Prima Repubblica non con bandi selettivi che permettano di ringiovanire l’amministrazione pubblica, scegliendo e ben retribuendo i cervelli migliori nel campo dell’informatica, dell’ingegneria gestionale, della semplificazione amministrativa. No, continuiamo in tutto come prima, anzi peggio, mettiamo un po’ di pezze di qua e un po’ di pezze di là e ci prodighiamo anche perché i costosi rattoppi durino per sempre.

Se diamo incentivi li diamo per dieci anni con sgravi di imposta che non finiscono mai. Diciamo sì pagando poco e tardi a tutti, non facciamo mancare la nostra mancia a nessuno e bruciamo così la dote per dare i risarcimenti dovuti di almeno il 50% del fatturato a chi è costretto a chiudere l’attività e rischia di non riaprirla mai più per colpe non sue.

Quello che è chiaro a tutti è che si andrà a votare a fine legislatura e tra una chiacchiera e l’altra di rimpasto l’unico dato certo è che se c’è bisogno di un pezzo di centrodestra per andare avanti questo c’è di sicuro. Almeno questo lo si è capito benissimo. Vogliamo essere molto chiari: ci sono tutte le condizioni perché nel 2021 l’Italia fabbrichi con le sue mani la disfatta futura.

Abbiamo gestito male l’emergenza economica non proteggendo i settori che andavano protetti ma aiutando tutti indistintamente e siamo in un ritardo senza precedenti sullo scacchiere decisivo degli investimenti pubblici che sono necessari per moltiplicare quelli privati e che sono anche l’unica chiave di volta possibile per uscire dal ventennio italiano della crescita dello zero virgola.

Non solo siamo gli ultimi nella presentazione del piano per il Recovery Fund, ma si continua a parlare litigiosamente di cabina di regia, di comitati ministeriali allargati a fisarmonica, di nuovi commissari e di nuove assunzioni. Francamente abbiamo paura. All’Italia serve un presidente del Consiglio che faccia quello che ha detto fino a oggi. La riunificazione infrastrutturale immateriale e materiale delle due Italie a partire dalla scuola, dalla università e dal capitale umano con un grande progetto logistico e ferroviario che colleghi il Mezzogiorno al Nord del Paese e restituisca all’Italia quella leadership nel Mediterraneo di cui l’Europa e la cancelliera Merkel hanno vitale bisogno. Presidente Conte, se si continua a mediare e spezzettare le responsabilità si va a sbattere. Non ora, però, questo è il lato diabolico dei nostri giorni. Perché le briglie sciolte della Commissione europea e la liquidità a fiumi dell’eurosistema che non solo compra con i soldi della Bce i titoli sovrani italiani ma rimpingua le casse del Tesoro attraverso la Banca d’Italia che fa per suo conto gli acquisti, ci guadagna e paga lauti dividendi allo stesso Tesoro, assopiscono ogni cosa, coprono ogni follia, e permettono di andare avanti promettendo tutto a tutti.

Questa volta si scherza davvero con il fuoco perché l’autunno della protesta sociale è stato spostato all’aprile prossimo grazie al metadone della cassa integrazione a tutti, ma gli smottamenti nelle viscere profonde del Paese a partire dal suo Mezzogiorno che è un grande pentolone di rabbia e povertà da molto tempo prima del Covid, non saranno più controllabili. Dobbiamo fare partire subito gli investimenti pubblici e cambiare la macchina della spesa pubblica perché questa ripresa degli investimenti duri per sempre e persegua il riequilibrio territoriale sancendo l’uscita dalla frammentazione decisionale regionalista. Mi viene in mente una canzone del grande Giorgio Gaber e un paio di strofe di quella canzone:

“Il mio papà un giorno mi ha portato sulla collina e mi ha detto: “Guarda, tutto quello che vedi un giorno sarà tuo!”.

Anche il mio papà un giorno mi ha portato sulla collina e mi ha detto: “Guarda!”. Basta.

Ecco è un po’ come l’Italia di oggi. Se il suo papà la porta sulla collina oggi, gli dice “guarda!”. Basta. Perché “tutto quello che vedi” sta rischiando seriamente di non essere più tuo. Aspetta il 2022 e vedrai. In quella data se le cose non cambiano oggi brutalmente, Presidente Conte, non vorremmo essere al suo posto. Se è costretto a prendere atto che non si può fare ora ciò che è giusto, meglio mollare adesso che domani. Noi ci auguriamo l’esatto contrario per lei e per l’Italia.

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