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Il presidente Giuseppe Conte e vari esponenti del Governo

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Bisogna evitare che il debito pubblico voli sulle ali di una classe di governo della rendita del Nord che, a furia di tagliare il Mezzogiorno, è riuscita a mettere fuori mercato anche se stessa. Il Parlamento delle mance ha varato una legge di stabilità dove i bonus per i rubinetti ecologici si sono allargati fino ai water ecologici. Di tutto c’è bisogno meno che delle mance. Perché lo sviluppo si costruisce con gli investimenti pubblici e privati non con gli incentivi. Non passa giorno che l’Europa non ce lo ricordi sul Recovery Plan. Ma noi perseveriamo nell’errore storico di redistribuire a favore dei ricchi come nulla fosse

Se continuiamo così non avremo il debito pubblico al 160% del Prodotto interno lordo (Pil) ma molto più su, toccando vette mai raggiunte. Rischiamo di non avere più i soldi per pagare gli interessi sul debito non il debito.

Ovviamente urleremo con tutte le nostre forze perché ciò non avvenga, ma abbiamo il dovere di scriverlo perché i comportamenti della politica di larghe parti della maggioranza di governo e dell’opposizione sovranista ricalcano alla perfezione il modello greco. Vanno contro ogni buon senso. Ignorano la realtà e litigano su tutto. Si muovono come funamboli sulla corda della crisi di governo.

Giocano sulla pelle dei morti di salute e di economia, sotto il tendone del gigantesco assegno monetario e sociale. Conoscono tutte le derive anche mediatiche della demagogia. Allargano a dismisura il solco tra ricchi e poveri continuando a pensare che ci sarà sempre qualcosa da distribuire per continuare a dare molto ai ricchi e sempre meno ai poveri. Senza sapere che la disoccupazione contagiosa e la perdita diffusa di ogni reddito non sono frazionabili, ma insieme accendono il falò della crisi sociale e della insurrezione.

L’Italia non è la Grecia, soprattutto qui nessuno ha falsificato un bilancio. L’Europa non è quella di allora. Prima la stabilità e l’austerità dettavano legge, oggi si fa debito comune europeo per finanziare la crescita. Le politiche monetarie espansive in atto sono l’esatto contrario del cappio al collo greco dei falchi tedeschi e dei banchieri francesi.

Diciamoci, però, le cose come stanno. Il Parlamento delle mance ha varato una legge di stabilità dove i bonus per i rubinetti ecologici si sono allargati fino ai water ecologici. Ognuno ha avuto e ha il suo water da chiedere o da cambiare. Non passa giorno che l’Europa non ci ricordi che il Recovery Plan è frutto per la prima volta di debito comune europeo diretto a finanziare esclusivamente il conto/capitale, investimenti pubblici e riforme. Fino all’ultimo abbiamo, però, provato a imbottirlo di incentivi della categoria più odiosa tra quelle conosciute. La categoria degli incentivi ai ricchi nel solco della ventennale redistribuzione alla rovescia che ha condannato l’Italia al declino.

Non solo non si vuole prendere atto che per un ventennio si è speso per investimenti pubblici in sanità in Emilia-Romagna quattro volte di più di quanto si è speso in Campania e che si è addirittura azzerata la spesa pubblica per infrastrutture nel Mezzogiorno sull’altare di un egoismo miope che ha contagiato tutti i ceti politici del Nord.

Non solo non si riconosce la verità per capire come stanno davvero le cose e cambiarle, ma addirittura si persevera nell’errore. Perché nella spesa sanitaria si accelera con la premialità costruita intorno alla cultura della sopraffazione. Per cui la Lombardia che fa strame di primati negativi nella gestione della pandemia e l’onnivora Emilia-Romagna rossa che tallona il Veneto nel primato dei decessi della seconda ondata, si preparano a prendere ancora di più nei prossimi anni con meccanismi “premiali” costruiti nel solco del privilegio della spesa storica.

Si ripete il solito vizietto di redistribuire a favore dei ricchi come se nulla fosse. Come se la Pandemia non avesse messo a nudo le magagne. Nel Recovery Plan i porti di Genova e Trieste vincono sui porti del Mezzogiorno alla faccia di tutte le parolone sulla sfida della piattaforma logistica e del recupero della leadership italiana nel Mediterraneo.

C’è qualcosa di così subdolamente profondo che è entrato nella circolazione del sangue italiano per cui si persevera quasi con il pilota automatico in un egoismo miope che sfiora il masochismo. Non si riesce neppure a capire che impoverire sempre più una parte del Paese significa fare in modo che questa parte consumi sempre meno e l’altra parte venda sempre meno come prodotti e macchinari.

Significa dire con leggerezza sempre no a ogni progetto piccolo e grande che porti crescita nel Mezzogiorno senza capire la forza circolare dell’economia. Siamo senza parole perché manca quella visione obbligata che avrebbe dovuto spingere a utilizzare la leva del Recovery Plan per innescare un meccanismo virtuoso di riunificazione delle due Italie colmando i gap ingiustificati di spesa sociale e infrastrutturale.

Si scherza con il fuoco. Perché si vuole continuare a riempire di mance il Nord e di mancette il Sud. Senza capire che di tutto c’è bisogno meno che delle mance. Perché lo sviluppo si costruisce con gli investimenti pubblici e privati, non con gli incentivi. E, nel caso dell’Italia, facendoli dove finora sono stati negati perché è giusto e perché qui c’è il maggiore potenziale di crescita.

Bisogna evitare che il debito pubblico voli sulle ali di una classe di governo della rendita del Nord che, a furia di tagliare il Mezzogiorno, è riuscita a mettere fuori mercato anche se stessa. C’è un’inerzia pericolosa che ha condannato il Nord e il Sud dell’Italia a essere gli unici due territori europei a non avere raggiunto i livelli pre-crisi del 2008. Se continuiamo così arriviamo al finale della partita. Che è il vortice lacerante della sindrome greca. Dio ce ne scampi.

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