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Il ministro per la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, insieme al premier Mario Draghi

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L’Europa non l’hanno fatta i sovranisti vecchi e nuovi ma i popolari, i liberali e i socialisti. Questo solo per dire che c’è una storia nobile che vale anche per la guida dell’Italia di oggi e di domani. Nel Dopoguerra a ricostruire il Paese non fu il Movimento sociale di Almirante, ma la Democrazia cristiana che aveva rapporti europei transatlantici, che ha fatto la Ricostruzione trasformando un Paese agricolo in una potenza economica mondiale e che ha attuato il piano Marshall rispettando sempre la originaria coerenza meridionalista degasperiana. La destra italiana di oggi come il Movimento sociale del Dopoguerra mostra di non avere il respiro della storia che oggi significa fare uscire l’Europa dalla crisi e agganciarla ai grandi movimenti geopolitici internazionali  

RENATO Brunetta ha posto problemi reali e sollevato questioni strategiche che non possono essere eluse e che servono alla riflessione di tutti i partiti. Che devono essere all’altezza del governo di unità nazionale guidato da Draghi e dell’esperienza fortunata che il Paese intero sta vivendo della Nuova Ricostruzione. Ha parlato delle grandi famiglie che hanno costruito l’Europa e è bene che tutti abbiano a mente che l’Europa non l’hanno fatta i sovranisti vecchi e nuovi ma i popolari, i liberali e i socialisti. Furono tre uomini di confine, De Gasperi, Adenauer e Schuman, aggiungiamo noi, ad avviare il processo ma uno era italiano, uno era francese e uno era tedesco.

Questo solo per dire che ci sono anche i Paesi Fondatori e noi siamo tra questi. Questo solo per dire che c’è  una storia nobile, non immune da errori, ma sviluppatasi poi sempre con il pensiero e le braccia di quelle tre famiglie politiche alle quali si sono poi aggiunte, in questa o quella circostanza, forze nuove come i Verdi e altre minori che però sono entrate sempre nel solco tracciato e ne hanno rispettato argini e confini.

Questo discorso tutto europeo contiene una lezione storica nazionale ancora più importante. Vale per la guida dell’Italia di oggi e di domani che non può non essere quella della Nuova Ricostruzione. Nel Dopoguerra a ricostruire il Paese non fu il Movimento sociale di Almirante, ma la Democrazia cristiana che aveva rapporti europei transatlantici, che stava dalla parte giusta, che capì subito che cosa era la cortina di ferro. Che ha fatto la Ricostruzione trasformando un Paese agricolo di secondo livello in una potenza economica mondiale e che ha attuato il piano Marshall rispettando sempre la originaria coerenza meridionalista degasperiana.

Chi ha retto il passaggio ancora più delicato degli anni di piombo, chiedo, se non la stessa formazione politica che ha guidato la prima Ricostruzione promuovendo però questa volta un campo ancora più  largo che salverà di nuovo il Paese e contribuirà poi sempre coerentemente alla costruzione del cammino federale europeo ancorché incompiuto? 

Francamente, e spiace dirlo, la destra italiana di oggi come il Movimento sociale del Dopoguerra mostra di non avere il respiro della storia che oggi significa fare uscire l’Europa dalla crisi e agganciarla ai grandi movimenti geopolitici internazionali. Possono realizzare una missione così importante Orban, Morawiecki e la Le Pen che sono gli alleati sovranisti ungherese, polacco e francese della Meloni? A nostro avviso, no. Può farlo la Lega di Salvini, che a differenza dei Cinque stelle, spreca l’ultima occasione che è quella di votare la von der Leyen alla presidenza della commissione europea? Che partecipa al governo più europeista della storia Repubblicana italiana, che è per definizione quello presieduto da Mario Draghi salvatore dell’euro, ma sostiene la follia polacca della supremazia del trattato nazionale sul trattato europeo?

Il campo da gioco vero della nuova Europa e della nuova Italia non è questo ed è pura illusione se non velleitarismo ipotizzare di costruire un campo diverso con la Meloni che ne ha in testa un altro e con Salvini che ondeggia quotidianamente tra i due campi da gioco.

Se Berlusconi non vuole vedere tutto questo si taglia fuori dalla storia e da ogni suo ruolo personale e fa uscire da questo palcoscenico un pezzo di esperienza politica molto rilevante che lui proprio ha impersonificato insieme a altri pezzi meno positivi. Oggi il tema è essere convintamente dentro una linea Draghi che segna la strada di uscita dalla Pandemia  e dalla crisi globale, che si nutre di un riformismo concludente e che ha una prospettiva decennale di Ricostruzione nazionale.

Questa è l’autostrada non la strada del berlusconismo moderato e dei suoi eredi e questa autostrada è incompatibile con l’appiattimento di fatto sulle posizioni della Meloni e di Salvini. Che dovrebbero invece fare autocritica se non chiedere scusa. Comprendiamo le ragioni dell’opportunismo in politica ma almeno il dove si deve andare bisogna che sia chiaro e questo dove non può essere l’alleanza con Orban, Morawiecki e la Le Pen.

Non può essere una coalizione elettorale che se non altro per ragioni di peso interno non può non avere come approdo finale null’altro che l’Italexit o qualcosa che ci assomiglia.

Non può essere una coalizione elettorale  che ha buttato dieci miliardi per i privilegiati di quota cento nelle pensioni sottraendoli tutti al futuro dei nostri giovani. O  che ne butta più di venti sempre di miliardi per un reddito di cittadinanza, che indiscutibilmente serve per combattere la povertà ed evitare  che degeneri il caos sociale in tempi di Pandemia, ma che non può non essere erogato sulla base di criteri stringenti e di verifiche puntuali come invece non è avvenuto.

Berlusconi non può continuare a mangiare mele avvelenate. Si illude se pensa di potere dare la linea a Salvini e alla Meloni. Perché il quadro è ribaltato. È un po’ come la scena del pescatore che dice al verme: andiamo a pescare insieme. Il pescatore si diverte e il verme viene mangiato.


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