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Giuseppe Di Vittorio

Tempo di lettura 6 Minuti

Ciao Peppino, solo tu puoi fermare tutto questo. Ciao Peppino Di Vittorio, il più grande dei sindacalisti italiani e il primo senza catechismi ideologici. Ti vedo lì tra De Gasperi e la tua “cafoneria”. In mezzo ci sono Scelba, l’attentato a Togliatti, morti, feriti, lo sciopero generale e la guerra civile evitata. So quello che hai fatto. Chi se lo ricorda?

Penso che oggi i signorotti della macchina pubblica se avessero te davanti finirebbero di fare castelletti di carta e si occuperebbero di chi ha bisogno. Servirebbe a loro e ai politici che ci governano la tempra che ti ha fatto dire sì alla Cassa per il Mezzogiorno e no all’invasione dell’Unione Sovietica in Ungheria facendo tutte e due le volte la cosa giusta e polemizzando tutte e due le volte con il Pci e Togliatti. Non ci illudiamo, purtroppo, è merce rara di questi tempi. Mangi le triglie con le mani e scrivi solo con la tua penna stilografica (guai a chi la tocca) ma non hai mai esitato a prenderti le tue responsabilità.

Ciao Giuseppe Di Vittorio, per gli amici Peppino, bracciante figlio di bracciante con la quinta elementare e la passione per la lettura, sei partito da Cerignola – provincia di Foggia – e hai cambiato la storia dei lavoratori italiani. Non hai esitato a chiedere loro sacrifici straordinari, piccole rinunce sui già gracili salari in cambio di una prospettiva duratura di lavoro, e sei stato ripagato con applausi fragorosi e un rapporto di fiducia mai interrotto sotto la spinta di una coerenza di comportamenti, una capacità di innovare e un carisma magnetico che non hanno mai avuto eredi.

Ricordo l’emozione che provai quando ricevetti un biglietto di tua figlia Baldina e di tua nipote, Silvia Berti. C’era scritto che volevano ringraziarmi per «i ripetuti richiami che, negli ultimi tempi, ha inteso fare all’innovativa proposta lanciata in quei difficili anni prima al Congresso della Cgil di Genova nel 1949, e poi a Roma nel 1950». Ne fui sorpreso, ma mi fece molto piacere perché il Piano del Lavoro di Giuseppe Di Vittorio, un misto di intuizioni e di coraggio eretico che perseguivano l’interesse generale di creare occasioni di lavoro per i più deboli, e la figura carismatica del sindacalista di Cerignola che non ho potuto conoscere per ovvii motivi anagrafici, fanno parte del mio bagaglio intimo di studi e di vita. Ricordo i due occhi azzurri e il naso aquilino di Baldina, l’inconfondibile eleganza e soprattutto la forza espressiva che appartiene ai cromosomi ricevuti dal padre e agli anni passati da internata nel campo di Rieucros in Francia prima della fuga negli Stati Uniti dove raggiunse il marito, Giuseppe Berti.

Da bambina al sindacato e poi in Parlamento fino al suo peregrinare nelle scuole, Baldina ha testimoniato per una vita intera la lezione di Giuseppe Di Vittorio. Qui voglio ricordare e ringraziare anche lei che era tutt’uno con il padre. Spalancava gli occhi per dirti: «Dobbiamo parlare ai giovani, dobbiamo spiegare chi sono stati gli uomini che sono stati capaci di trasformare in pochi anni un Paese agricolo prima in un’economia industrializzata poi in una potenza economica». Sì Baldina, quanto hai ragione! Ci stiamo provando.

Scavo ancora nei ricordi personali.”Lo voleva bene pure le pietre, non saccio come ha fatto a morì”. “Mi sono permesso anche di contare le corone, centoventi corone. Centoventi corone e un’ottantina di cuscini”. Voci di Cerignola, nel giorno dell’addio a Giuseppe Di Vittorio, si mescolano i dialetti per le strade di Roma e “gridano” insieme stupore e amore. Si percepisce l’affetto dei braccianti vecchi e nuovi, la sua cafoneria, il trasporto di tutti verso un uomo che “invece di dormire cominciava a studiare con il lumino”. Scorrono le sequenze di uno specialissimo documentario, firmato Carlo Lizzani e Francesca Del Sette, dedicato a Di Vittorio, davanti alla figlia Baldina, la nipote Silvia Berti e un Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano molto presi, nel salone dell’Archivio Centrale dello Stato a Roma.

Sono lì con Fabrizio Barca, Piero Craveri, Guglielmo Epifani e Umberto Ranieri per presentare il volume “Crisi, rinascita, ricostruzione. Giuseppe Di Vittorio e il Piano del lavoro (1949-1950)”, e mi sono rimaste dentro la forza del carattere e il coraggio delle idee di un uomo che appartiene all’album (più bello) della tradizione civile dell’Italia uscita dalle macerie della guerra. Un uomo tutto di un pezzo che non perde mai il legame con la sua terra e la sua gente chiamato alla guida della federazione del sindacato mondiale, ma soprattutto il primo sindacalista italiano non ideologico a chiedere, da comunista, ai suoi lavoratori di fare nuovi sacrifici e di stringere un patto con i produttori, dentro le logiche del capitalismo per conquistare una prospettiva di crescita stabile e non assistenziale. Questo era il senso (politico) del suo Piano del lavoro e questa resta la (sua) traccia nella storia del sindacato italiano, la capacità di guidare il mondo del lavoro sul sentiero dell’innovazione, abbandonando la scorciatoia della comoda difesa degli interessi a breve. Ricordo Silvia Berti che quel giorno mi guarda e dice: «Si può e si deve fare anche oggi, ci vuole coraggio, ma guai se mancasse». Il coraggio di fare i conti con la pesantezza della crisi di allora che è diventata Depressione mondiale e di cercare oggi come allora strade nuove. Purtroppo è quello che è mancato. Riguarda il sindacato, ma anche il mondo della produzione, la politica, la società civile e la classe dirigente amministrativa (tutta) del Paese. Nessuno si può chiamare fuori.

«Io voglio fare una comunicazione che ritengo del più grande interesse per la sua portata e per il suo significato… i lavoratori pur essendo essi i più sacrificati della società sono giunti oggi nel nostro Paese a un grado di maturità tale, a un grado di sensibilità così elevata verso gli interessi generali della società nazionale, che questi lavoratori, pur soffrendo, sono disposti ad accollarsi un sacrificio supplementare per portare un proprio contributo al successo del piano lanciato dalla Cgil». A esprimersi così scandendo bene le parole, Giuseppe Di Vittorio, segretario della Cgil, durante la Conferenza economica nazionale del 18/20 febbraio 1950. Il resoconto stenografico annota in parentesi, con il carattere corsivo, una segnalazione inequivoca: applausi. Più di settanta anni fa alla Cgil c’era un leader pugliese che era pronto a scambiare moderazione salariale con nuova occupazione: lavoro supplementare o contributo sotto forma di modesta percentuale dei salari in cambio di investimenti in centrali elettriche, bonifiche, edilizia. E veniva applaudito dai lavoratori.

È la mentalità fattuale che serve oggi addirittura più che nel Dopoguerra. Per superare l’emergenza di liquidità e fare partire una grande stagione di investimenti pubblici. Per fare la seconda Ricostruzione economica italiana. Ricordo un ministro dell’Interno, Giuseppe Pisanu, che invitava a aprire gli occhi e a fare di tutto per evitare che a Napoli lo stipendio lo paghi la camorra. Li abbiamo tenuti chiusi così bene gli occhi che oggi le mafie endogene del Nord Italia, oltre a quelle storiche dei territori di origine, si candidano a essere nei giorni della Pandemia globale e dell’ignavia burocratico-politica italiana la “banca finanziatrice” della piccola impresa del Nord e del Sud del Paese. Non so perché ma sto pensando a un amico vero che non c’è più. Sto pensando a Marco Biagi, il più innovatore dei giuslavoristi italiani, gli occhi di un bambino e l’ossessione per il diritto dei disoccupati e dei più deboli. “Hanno ucciso Marco? Dimmi che non è vero, dimmi che non è vero! Mi urla un amico comune al telefono”. Erano passate da poco le venti del giorno di San Giuseppe di 18 anni fa e era vero. Un commando delle nuove Brigate rosse lo ha freddato con cinque colpi di pistola sotto il portone della propria abitazione in via Valdonica, in pieno centro a Bologna. Abbiamo una specialità in questo Paese. Combattere e isolare i migliori. Ciao Marco, con il grande Di Vittorio e la sua cafoneria, ci sei tu. Vi uniscono la difesa dei deboli, il talento di innovare, l’assenza di ideologia.

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