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Serve una proposta organica, non progetti singoli. Tutte le opere al Sud dovranno essere fatte in massimo due o tre anni. Occorre una nuova prima Cassa del Mezzogiorno, quella protagonista del miracolo economico italiano. Riassumiamo gli ingegneri bravi e soprattutto ricostituiamone
le ragioni tecnico-giuridiche con funzioni di supplenza centrale

Per l’Italia non per il solo Mezzogiorno è il momento della verità. Questo momento della verità, però, è anche la prima, unica, grande occasione per fare concretamente ciò che per anni abbiamo tentato di perseguire e non siamo mai riusciti a realizzare. La riunificazione infrastrutturale delle due Italie che è la pre-condizione indispensabile per la crescita dei territori meridionali e dell’Italia intera.

Pensare al Mezzogiorno come area a sé stante è il grande errore in cui sono caduti molti dei meridionalisti. Un errore che non ha mai commesso il siculo-valtellinese Pasquale Saraceno, che ripeteva un giorno sì e l’altro pure che il Mezzogiorno non va ghettizzato. Sono ancora in circolazione troppi che lo vogliono ghettizzare per avere un ruolo loro, fare affari loro, e non per renderlo tessera strategica del mosaico di rinascita dell’Italia nell’Europa e nel Mediterraneo.

Tutti dovrebbero meditare piuttosto sulle parole del vice-presidente della Bei, Dario Scannapieco – chi scrive lo ha sempre indicato nella squadra degli uomini di guerra che avrebbero potuto rilanciare il Paese – che ci ricordano come tutto dovrà essere fatto in due massimo tre anni e che la partita italiana (coincide con il Mezzogiorno) è quella di sapere fare le cose bene e nei tempi stabiliti. Non è un caso che il Presidente del Consiglio Conte ha chiesto ai ministri di anticipare i tempi e di produrre già entro martedì le loro proposte operative. Il punto difficile, però, è proprio questo.

A noi serve una proposta organica non progetti singoli. Non un pezzo di strada, non un pezzo di ferrovia, non una metropolitana, non una banchina portuale, non l’allungamento di una pista aeroportuale, ma una proposta organica che nasce e finisce in un arco temporale ben definito, che delinea e attua contestualmente tutte le finalità progettuali. Spieghiamoci meglio: faccio l’alta velocità ferroviaria Napoli-Bari, Salerno-Reggio Calabria, Palermo-Catania-Messina, ma faccio anche contestualmente l’attrezzatura delle aree portuali e interportuali di Napoli, Bari, Taranto, Gioia Tauro, Augusta e Pozzallo. Accontento le Ferrovie dello Stato e gli faccio fare il Ponte sullo Stretto. Bisogna avere il coraggio di decidere di fare tutte queste cose contestualmente non prima litigare e poi presentare elenchi disarticolati di opere frutto quasi sempre di compromessi perdenti.

Per capirci, quello che proprio non serve è la rubrica telefonica degli indirizzi delle opere italiane della De Micheli. Servono poche opere integrate, tutte coerenti con le finalità della proposta organica, che abbiano la caratteristica del fare non dello sperare di fare. Se noi fossimo umili e, cioè, disposti ad ammettere che anche chi era contro di noi o semplicemente prima di noi, potesse essere nel giusto e potesse quindi avere ragione, allora avremmo nelle mani spendibile da subito il piano strategico delle infrastrutture 2004/2013 approvato due volte dal Consiglio d’Europa e dal Parlamento europeo che regala all’Italia il suo piano delle reti e dei nodi in una chiave di sviluppo integrato che si muove dentro la direttrice Helsinki-La Valletta.

Siccome non siamo umili e nemmeno un po’ tedeschi – ricordo ciò che mi disse l’ex cancelliere Schröder: la Merkel non ha fatto niente ma ha il grande merito di avere attuato bene le mie riforme – allora non scegliamo la via del General Contractor o anche del Partenariato pubblico privato. Viceversa dovremmo farlo e, come ripetiamo da qualche giorno, se vogliamo essere davvero all’altezza della sfida che abbiamo davanti, dovremmo rifare la nuova prima Cassa del Mezzogiorno che fu protagonista del miracolo economico italiano.

Riassumiamo gli ingegneri, quelli bravi, e soprattutto ricostituiamone le ragioni tecnico-giuridiche con quelle funzioni di supplenza centrale che l’involuzione nefasta regionalista – ormai cinquantennale – assolutamente impone. Questa proposta renderebbe più facili i rapporti tra l’Italia e l’Europa e di sicuro renderebbe più agevole l’attuazione del disegno di sviluppo che il presidente Conte ha in testa. Questo tipo di proposta se fosse vestita domani attuerebbe compiutamente il disegno politico di governo dell’economia del Presidente del Consiglio. Non sappiamo se accadrà, di certo però si vedrà chi sono i veri nemici di Conte e la sorpresa potrebbe essere che questi nemici sono all’interno della sua compagine di governo. Ovviamente speriamo di essere smentiti.

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