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Silvio Berlusconi

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È importante che a dire oggi fate presto perché non ci possiamo permettere un Paese in ginocchio bloccato dai giochi di palazzo, sia lo stesso Berlusconi che dovette lasciare nel novembre del 2011 per lo stesso interesse generale in bilico a causa di un tasso elevato di litigiosità interno della sua maggioranza e di un contesto esterno che non aiutava. Dare la priorità al Sud negli investimenti pubblici significa recuperare il Mezzogiorno per consentire all’Italia di recuperare se stessa. Fu questa l’intuizione, applicata alle due Germanie e finanziata soprattutto con capitali privati dell’area ricca, che portò Kohl nel pantheon dei grandi statisti e che oggi Berlusconi deve fare propria per le due Italie

“Questa volta sono io a dire fate presto come nel 2011…”. È importante che proprio Silvio Berlusconi, proprio oggi in questa specifica fase, utilizzi la parola d’ordine “fate presto”. Perché oggi più di allora la situazione politica appare paralizzata e emergono le fragilità di un sistema che non è capace di agire bene in tempi brevi.

Perché oggi più di allora è a rischio il lavoro degli italiani in quanto la crisi strutturale della nostra economia parte da un meno 10% minimo di prodotto interno lordo in un solo anno mentre l’altra volta la perdita cumulata di nove punti fu spalmata nella doppia recessione dal 2008 al 2012.

Perché oggi più di allora serve un governo politico forte che dimostri di avere la visione di questo Paese almeno per i prossimi dieci anni e dimostri con i fatti di prendere le decisioni per l’economia e per la sanità uscendo dalla gabbia dei veti incrociati.

Quando feci questo titolo nel novembre del 2011 dirigevo Il Sole 24 Ore. Lo feci perché nel mondo nessuno comprava i nostri titoli di stato e erano a rischio il lavoro e il risparmio degli italiani. Non parlai mai di governo tecnico, evocato da una frettolosa lettura mediatica che venne data in seguito, ma invocai piuttosto la responsabilità politica di mettere al centro l’interesse nazionale e di scegliere uomini che conoscessero la lingua degli Stati e dei mercati per perseguire al meglio quell’interesse imprescindibile.

Parliamoci chiaro. Tra ieri e oggi una differenza c’è. Perché allora bisognava rassicurare chi deteneva titoli pubblici italiani e bisognava tranquillizzare i mercati in quanto non c’erano ancora le potenze di fuoco della BCE e del debito comune europeo della Commissione.

Oggi invece bisogna rassicurare l’Europa e la Banca centrale europea che sapremo spendere, e bene, le risorse da loro messe a disposizione per la crescita.

Avendo la consapevolezza che se non ne saremo capaci, il disastro conseguente in termini di posti di lavoro e di vite umane potrebbe essere infinitamente superiore a quello del 2011/2012 e non ci potrebbe mettere al riparo da una successiva, devastante crisi finanziaria. Come si può, quindi, facilmente capire l’esigenza di fare presto dando le risposte giuste in tempi brevi è identica.

Per questo è importante che a dire oggi fate presto perché non ci possiamo permettere un Paese in ginocchio bloccato dai giochi di palazzo, sia lo stesso Berlusconi che dovette lasciare nel novembre del 2011 per lo stesso interesse generale in bilico a causa di un tasso elevato di litigiosità interno della sua maggioranza di governo e di un contesto esterno che non aiutava con una crisi indotta da altri Paesi.

Proprio l’esperienza del 2011/2012 dimostra che un governo tecnico senza un forte sostegno politico non va da nessuna parte. Perché la politica politicante fa il passo indietro o di lato per stato di necessità, ma poi rientra e ricomincia a paralizzare tutto. Oggi più di allora serve la Politica con la P maiuscola non il ragioniere con il bilancino per fare nel modo più condiviso possibile la scelta della coerenza meridionalista di tutti gli investimenti pubblici che fece il trentino De Gasperi negli anni del miracolo economico italiano.

Sarebbe bello che fosse una forza moderata radicata nel Nord del Paese e immune dal virus del sovranismo, come Forza Italia, a farsi carico del punto più elevato dell’interesse generale sposando il riequilibrio territoriale della spesa sociale e infrastrutturale come stella polare del Recovery Plan dando così un aiuto concreto a chi già lo sostiene nel Governo.

Dopo venti anni di indebite quanto miopi sottrazioni di risorse, dare la priorità al Mezzogiorno negli investimenti pubblici significa recuperare il Mezzogiorno per consentire all’Italia di recuperare se stessa.

Fu questa l’intuizione, applicata alle due Germanie e finanziata in gran parte con capitali privati dell’area ricca, che portò Kohl nel pantheon dei grandi statisti e che lo spinse a dire qualche anno dopo di una Merkel troppo acquiescente con Sarkozy “sta rompendo la mia Europa”.

Poi anche la signora cancelliera e la sua CDU hanno fatto in tempo a ricredersi e a ritornare nel solco giusto. Berlusconi che ci ha abituato a sorprendere negli ultimi anni, potrebbe fare altrettanto. Se fosse lui a prendere in mano la questione scottante del federalismo della irresponsabilità, con le sue venti sanità e il disastro della Lombardia, contribuirebbe a ricostruire ciò che è stato disfatto. Darebbe una mano a salvare l’Italia prima che a salvare il Governo.

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