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In un Paese stremato, entrato per primo in lockdown senza mai di fatto esserne uscito, con una generazione di studenti che rischia di finire sul lettino dello psichiatra e un numero di imprenditori che rischia di non sopravvivere alla morte delle sue aziende, questo teatrino italiano fatto di astuzie politiche e di impenitente impreparazione fa paura. Abbiamo assistito al mercato delle vacche perfino sul Recovery Plan senza che emerga un progetto d’insieme per la crescita del Paese e con il rischio che l’Europa rimandi almeno in parte le carte indietro

Nessuno si permetta di dire che è colpa dell’Europa. Questo teatrino della politica italiana avvicina il Paese alla Grecia e mette a nudo la disarmante debolezza di una maggioranza che non riesce a trovare una visione d’insieme per fare i conti con il nuovo ’29 mondiale in modo dignitoso.

Abbiamo assistito all’ultimo mercato delle vacche perfino sul Recovery Plan per cui i soldi si spostano da un capitolo all’altro non perché c’è un progetto per la crescita del Paese con le sue priorità ma perché lo vuole Renzi o lo vuole la Azzolina o non lo vuole Conte.

Ballano le cifre a volte anche in modo appropriato perché è giusto fare di più per la salute e per il Mezzogiorno, ma in entrambi i casi mancano i singoli progetti con i loro cronoprogrammi puntuali e nel secondo addirittura si mescolano in un processo tortuoso le fonti di finanziamento europee correndo il rischio serissimo che le carte vengano rimandate indietro per l’uno e l’altro programma coinvolti.

La nostra sensazione è che, al di là del progetto dell’alta velocità ferroviaria Napoli-Bari, superfinanziato dalla Bei, la ciccia del piano si trovi in dighe e dintorni che riguardano i porti di Trieste e Genova e in una catena di interventi vecchi ma cantierabili al Nord. Mentre al Sud non si va oltre le banchine per la più strategica delle reti portuali italiane sul Mediterraneo che è quella di Napoli-Bari-Taranto-Gioia Tauro-Pozzallo e un elenco di interventi importanti ma fermi agli studi di fattibilità e quindi non cantierabili e quindi non finanziabili.

Certamente avere adottato i tre criteri di Mezzogiorno, giovani, donne è una scelta da lodare che aiuterà a fare di più su scuola, sanità, digitale nelle aree svantaggiate, ma siamo all’embrione di quella coerenza meridionalista del progetto di crescita dell’intero Paese che questo giornale invoca un giorno sì e l’altro pure.

Il punto decisivo è che siamo dentro una crisi di governo fino al collo che sminuzza quotidianamente da settimane la reputazione italiana nel mondo e che ha visto risalire lo spread (da 103 a 108) dopo una lunghissima corsa al ribasso. Ci siamo dentro con la peggiore opposizione sovranista europea che fa il suo tutti i giorni e con un rischio (reale) di elezioni che può solo aggravare la situazione.

Tutto questo succede non perché il Kohl italiano, che ancora cerchiamo, è andato in parlamento e ha detto: dopo vent’anni di miopi, abnormi tagli della spesa sociale e infrastrutturale al Mezzogiorno, abbiamo capito che il problema competitivo italiano è il federalismo regionale della irresponsabilità e abbiamo deciso che dalla banda larga alla scuola, dai treni veloci alla sanità, concentriamo nel Mezzogiorno l’intero fondo perduto tutto sul conto/capitale.

Tutto questo succede non perché al Kohl italiano, che come già detto ancora cerchiamo, si oppone il nuovo Pertini o il nuovo Ruffolo che hanno in mente un altro posizionamento strategico del Paese che sostiene di mettere al primo posto il capitale umano e le tecnologie, di distinguere tra Sud e Sud, e di unire le eccellenze delle reti universitarie e industriali dell’intero Paese accoppiando alle scelte di fondo una sfilza di micro-grandi progetti come il supercalcolo e innovazioni di qualità.
No, non è un confronto-scontro alto tra idee di Paese differenti.

No, tutto questo accade perché Renzi dice a Conte “chi è lei” e Conte dice a Renzi “chi è lei”. In una gara tutta italiana dove Renzi dice a Conte che non ha un partito anche se ce l’ha ma in decomposizione (sono i Cinque stelle) e Conte dice a Renzi che rappresenta un partito minuscolo e che si deve rendere conto che rischia di doversela vedere con il voto degli italiani.

Questo giornale va in macchina alle 21 e 15 e l’ultima puntata della telenovela, per ora senza conferme, prevede che le due ministre di Italia viva si astengano sul piano per consentire a Renzi di avere le mani libere alla conferenza stampa di oggi.

Anche perché se prendi l’impegno con Mattarella di approvare il piano e dopo vuoi fare la crisi comunque, non regge l’impianto logico. In un Paese stremato, entrato per primo in lockdown senza mai di fatto esserne uscito, con una generazione di studenti che rischia di finire sul lettino dello psichiatra e un numero di imprenditori che rischia di non sopravvivere alla morte delle sue aziende, questo teatrino italiano fatto di astuzie politiche e di impenitente impreparazione fa paura.

Almeno non si venga a dire che è colpa dell’Europa.

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