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Conte ieri alla Camera

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Il Sud è oggi la questione nazionale e il banco di prova del nostro europeismo. Se si hanno la forza e l’intelligenza politica per metterci la faccia, si può provare a costruire un nuovo patto in parlamento e a andare avanti. Altrimenti si perde anche se si dovesse vincere di misura. Lo diciamo da mesi in assoluta solitudine, ora lo dice l’Europa a ranghi compatti. Saremo capaci di ascoltarla?

MA DOVE E’ il leader capace di tenere insieme il Paese? Dov’è il gabinetto di guerra che questo giornale chiede da più di un anno? Dove sono gli uomini di provata competenza e passione di questo gabinetto di guerra che sono già liberali, popolari, socialisti, prima di tutto europeisti e capaci? Che non hanno bisogno, per questo, di patenti o di etichette. Che non hanno nulla da spartire con la fuffa dei nostri sovranisti che per un voto venderebbero anche la mamma, figuratevi l’anima del Paese che dicono di volere difendere.

All’Italia, stremata da un ventennio di federalismo dell’irresponsabilità che ha fatto crescere l’albero del miope egoismo e dal nuovo ’29 mondiale, servono oggi un nuovo De Gasperi e la sua coerenza meridionalista. Non ci sono oggi sulla piazza della politica italiana. Come non ci sono fuori dai confini nazionali gli Schuman e gli Adenauer dell’epoca.

Questi due uomini di confine e il terzo, che era De Gasperi, fecero l’Europa e oggi non hanno eredi. La Merkel che tanto fece tribolare Kohl proprio sull’Europa sta più avanti di tutti, ma ha sulla coscienza il lungo, nefasto condominio con Sarkozy. Che ha regalato all’Europa la stagione miope dell’austerità nelle due grandi crisi internazionali e l’irrilevanza in Libia e nel Mediterraneo. La Merkel ha fatto la rivoluzione del debito comune europeo per salvare Italia e Spagna e è riuscita a garantirsi una buona successione nel suo Paese, ma in entrambe le partite ha vinto sempre di misura. Il quadro è buono, insomma, ma la tela può essere strappata in ogni momento. All’Europa e alla sua storia più nobile, prima che a quella dell’Italia, appartiene Mario Draghi che ha salvato l’euro in assoluta solitudine e che è l’unica voce riconosciuta del Vecchio Continente nel mondo.

Questa, però, è un’altra storia. Nella storia politica dell’Italia e dell’Europa di oggi ci sono Giuseppe Conte, Ursula von der Leyen e Christine Lagarde. Il primo ha il merito storico di avere attraccato la nave italiana all’ancora europeista che è l’unica che ci può salvare. Ha disincagliato il barcone penstastellato dalla deriva populista e ha portato in dote all’Italia il bottino più alto del Next Generation Eu. Se ora non prende atto dei problemi tecnici del suo Governo e non fa del Mezzogiorno la missione di sviluppo dell’Italia e la cifra reale del nuovo patto politico potrà galleggiare con qualche voto in più o in meno ma non salverà l’Italia e non durerà. Ha fatto un discorso politico abile pieno di ami lanciati in Parlamento, anche troppi, ma deve fare di più. Molto di più. Ha l’occasione oggi del discorso nel teatro decisivo del Senato per dire con più forza quello che ha detto nelle repliche di ieri a Montecitorio e, cioè, che se non riusciamo a fare correre il Sud non correrà mai il Nord.

Questa “convergenza interna” italiana è quella che serve al Paese intero per ripartire e è quello che tassativamente l’Europa vuole da noi chiedendoci di assicurare al Sud gli investimenti pubblici produttivi e una macchina esecutiva capace di attuarli nei tempi prestabiliti. Oggi ancora non ci sono né gli uni né gli altri nella misura e con il metodo necessari.

Lo diciamo da mesi e mesi in assoluta solitudine e le voci che hanno sostenuto la nostra solitaria battaglia sono di assoluto valore. Citiamo, ad esempio, le parole del direttore generale per la coesione della Commissione europea, Marc Lemaître: “È essenziale che nel redigendo Recovery Plan il Mezzogiorno recuperi, attraverso proposte organiche e misurabili, un ruolo ed una dimensione adeguata in modo da diventare attore diretto della crescita del Paese”. Oggi questo non c’è, c’è qualcosina più di prima, passando dalla prima alla seconda bozza, ma resta in piedi il solito sistema italiano della doppia recessione che arriva a chiedere che anche i vaccini siano distribuiti in base al prodotto interno lordo e non al numero delle persone. Quasi che la vita si debba salvare solo ai ricchi che, peraltro, hanno fallito su tutto e si sono per venti anni indebitamente appropriati di ciò che spettava ai poveri.

Anche all’eurozona sono stati durissimi: all’Italia chiediamo stabilità e convergenza. Il discorso di Conte alla Camera e i suoi voti possono servire per una risicata stabilità, ma non per attuare la convergenza. Italia e Europa hanno bisogno di questo, non di altro. Le ragioni politiche della convenienza questa volta non bastano. Il Sud è oggi la questione nazionale e il banco di prova del nostro europeismo. Se si hanno la forza e l’intelligenza politica per metterci la faccia, si può provare a costruire un nuovo patto in Parlamento e a andare avanti. Altrimenti si perde anche se si dovesse vincere di misura.

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