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Beppe Grillo prima dell'incontro con Mario Draghi

Tempo di lettura 4 Minuti

Gli equilibri interni ai partiti sono un bene meno prezioso di un governo di interesse nazionale di un Paese in ginocchio. Il Recovery Plan italiano, con le sue riforme di struttura, deve durare fino al 2026, ma o lo fai con questo accordo nazionale oppure non lo fai. Non è più l’Italia della guerra tra guelfi e ghibellini, tra berlusconiani e antiberlusconiani, tra europeisti e sovranisti. Dimostriamo di aver capito la lezione e riunifichiamo le due Italie

La morte del sovranismo leghista con il rapido riallineamento di tutti i guitti del “no-euro” come i Borghi, i Bagnai, i Rinaldi è una condizione necessaria ma non sufficiente di un governo di interesse nazionale che avvii la ricostruzione del grande malato d’Europa. Che colga a pieno l’opportunità del Recovery Plan italiano e sfrutti la straordinaria carta internazionale che rappresenta Draghi per l’Italia alla guida del G20 e alla copresidenza di Cop26 per rilanciare il multilateralismo e lo sforzo ambientale globale.

Stupisce la miopia di un pezzettino dei Cinque Stelle che dimostra di non avere capito il cambio di fase. Che fa porre a tutti più di un interrogativo sulla genuinità della svolta europeista grillina che ha segnato la nascita del governo Conte 2 e ha avuto il suo suggello formale nel voto a favore della Von der Leyen per la Presidenza della Commissione europea.

Stupisce la miopia del Pd con il freno a mano tirato, quei comunicati pieni di parolone e quella puzza sotto il naso di chi si ostina a volere parlare in latino quando si è cambiato vocabolario e si è deciso di parlare in italiano.

In ordine cronologico ad avere capito il cambio di passo necessario per fare uscire il Paese dalle secche di una crisi sistemica che tocca congiuntamente la politica, la giustizia, l’informazione, deprime la sua economia e pone le basi di una questione sociale senza precedenti, sono stati l’odiatissimo Renzi in politica e gli investitori internazionali sui mercati. A ruota sono arrivati sorprendentemente Salvini e i leghisti e meno sorprendentemente il Cavaliere e Forza Italia. Mentre il Btp decennale fa il suo minimo storico con un rendimento dello 0,48 senza che il governo ci sia ancora e mentre la pattuglia parlamentare leghista si affretta a dare il suo voto al regolamento europeo del Recovery Fund, si assiste con toni e modalità differenti a un teatrino identitario di rivendicazioni malpanciste dei due principali partner della coalizione uscente.

Per cui la cravatta al Quirinale delle consultazioni di Grillo convive con i giochi di prestigio del Garante della piattaforma Rousseau e del quesito addomesticato. Per cui l’appoggio del Pd e dei Leu è incondizionato ma la corsa interna a fare emergere distinzioni e sfaccettature differenti non si è mai fermata. Senza mai entrare nel merito dei comportamenti che vuol dire capire che cosa significa l’abiura salviniana, quanto hanno pesato le anime produttive e territoriali su questa scelta, quanto potrà durare e che cosa vuol dire tutto ciò per un governo di ricostruzione nazionale che non può permettersi un Recovery Plan che non faccia ripartire la macchina degli investimenti e persegua la riunificazione infrastrutturale immateriale e materiale delle due Italie.

Venti anni fa dettava legge la stabilità sulla crescita e l’unione monetaria europea si reggeva su due soldi e su un ragionamento del tipo “se io e te utilizziamo la stessa moneta non è che tu fai debiti e io pago”, oggi si ragiona su un’Europa che fa per la prima volta debito comune per finanziare la crescita e che ha deciso che le sue economie si devono allineare. Capite qual è la posta in gioco per l’Italia e perché si è dovuta metterla nelle mani del grande italiano che ha salvato l’euro e l’Europa e che il mondo stima? Capite che questa roba qui in Italia coincide con la sua crisi di sistema che è figlia di un ventennio di guerra tra guelfi e ghibellini, tra berlusconiani e antiberlusconiani, tra europeisti e sovranisti? Capite che queste battaglie dopo l’appello di Mattarella e l’arrivo sulla scena di Draghi sono diventate immediatamente battaglie di provincia? Che tutte queste questioni sono finite in un armadio perché si deve fare altro? Che è abbastanza incredibile che, al di là degli atomi della politica e delle scissioni movimentiste, perfino un partito della storia del Pd non abbia capito al volo? Che sia apparso frenato perché deve preservare i suoi equilibri interni che sono comunque un bene meno prezioso di un governo di interesse nazionale di un Paese in ginocchio?

Il Recovery Plan italiano, con le sue riforme di struttura, deve durare fino al 2026, ma o lo fai con questo accordo nazionale oppure non lo fai. Per una volta occupiamoci seriamente della sostanza delle cose. Dimostriamo almeno di avere capito la lezione.


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