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Il Presidente del Consiglio Mario Draghi durante il suo discorso al Senato

Tempo di lettura 5 Minuti

Ha fatto un discorso tutto politico con rigore tecnico. Che esplicitamente o implicitamente sempre molto concretamente mette il Mezzogiorno al centro dell’azione perché il recupero dei tanti divari come parità di genere, digitale, scolastico, infrastrutturale, specificamente dei treni veloci, tutela del territorio, progettazione tecnico-legale, pubblica amministrazione e giustizia civile passa in via prioritaria dal Mezzogiorno alla voce investimenti pubblici produttivi.

Abbiamo titolato più di dieci giorni fa: Draghi come De Gasperi per il nuovo Dopoguerra. Abbiamo parlato di Nuova Ricostruzione per l’oggi come allora. Citando la lectio degasperiana dell’uomo che ha salvato l’euro con tre parole (whatever it takes, a qualunque costo) al teatro sociale di Trento di qualche anno fa, ricordavamo che dopo “il carisma e la menzogna” che avevano connotato i grandi dittatori tra le due guerre, arrivò il carisma e la verità della ricostruzione del dopoguerra italiano e tedesco. È esattamente lo spirito di Paese che serve oggi e che fa di Draghi il nuovo De Gasperi.

A patto che il Paese lo segua con la testa e con il cuore. A patto che i partiti si rendano conto che la nuova ricostruzione è il loro dividendo politico. A patto che l’informazione, soprattutto quella del talk mezzo greco mezzo argentino che spopola sulle reti televisive italiane, si renda conto che con cinque milioni di potenziali disoccupati non c’è più spazio per il fotoromanzo rosa della politichetta italiana, che la stagione della “menzogna” sovranista è finita e che il teatrino dei professionisti del racconto dell’irrealtà ha chiuso per sempre i battenti.

A patto che il meridionalismo deteriore dei mille movimenti e dei mille manifesti dove l’io di qualcuno prevale sempre sulle ragioni del noi, capisca una volta per tutte che ha l’interlocutore giusto con le capacità politiche e tecniche e l’autorevolezza internazionale per guidare in casa il processo di riunificazione infrastrutturale immateriale e materiale del Paese uscendo dalla palude del frazionismo e degli stereotipi. A patto che questi signori capiscano che la rinascita del Paese che coincide con l’intelligenza e la fatica di un programma di governo serio che ha al centro i giovani, le donne e il Mezzogiorno non può essere barattata con qualunque tipo di rendita politica personale o per i propri cari o di visioni particolaristiche più o meno nobili.

Perché questo disegno di lungo termine del governo del Paese che parte dalla “qualità delle decisioni” e che vuole dire “dove vogliamo arrivare nel 2026 e a cosa puntiamo per il 2030 e per il 2050” è la migliore risposta a cui poteva ambire l’operazione verità condotta da questo giornale in assoluta solitudine, documentando fino al centesimo l’abnorme sperequazione nella spesa pubblica sociale e infrastrutturale delle due Italie. Che è il frutto malato della crisi competitiva italiana caduto dalla pianta del più miope dei federalismi dell’irresponsabilità di questo Paese. Nelle dichiarazioni programmatiche del Presidente Draghi si respira a pieni polmoni l’aria dell’unità del Paese che deve ripartire insieme, non quella dell’autonomia e dei frazionismi. In questo disegno non c’è spazio per i patti lazzaroneschi tra sinistra padronale tosco-emiliana e destra a trazione leghista per cui il bilancio pubblico diventa l’alimento succulento dell’assistenzialismo nordista che si va a cumulare con quello meridionale sopravvissuto a tutti i tagli intervenuti negli anni. Qui si capisce lontano un miglio che è proprio l’assistenzialismo la mala pianta da debellare.

Diciamoci le cose come stanno. Mario Draghi ha parlato da statista. Ha fatto un discorso tutto politico con rigore tecnico. Che esplicitamente o implicitamente sempre molto concretamente mette il Mezzogiorno al centro dell’azione perché il recupero dei tanti divari come parità di genere, digitale, scolastico, infrastrutturale, specificamente dei treni veloci, tutela del territorio, progettazione tecnico-legale, pubblica amministrazione e giustizia civile passa in via prioritaria dal Mezzogiorno alla voce investimenti pubblici produttivi.

La sintesi esecutivo-politica sarà nel Piano nazionale di Ripresa e di Resilienza che ha già alcune opzioni interessanti per il Mezzogiorno, ma dovrà vederne rafforzata la dimensione strategica con la scelta degli interventi che non potrà non riflettere i divari accertati, le riforme di struttura che sono la pubblica amministrazione e la giustizia civile in primis perché quella organica del fisco (importantissima) impatta meno nella capacità realizzativa, e una visione di lungo termine che arriva fino al 2030/2050. C’è un passaggio del discorso che spiega bene la portata della sfida. Lo riproduco di seguito: “Conta la qualità delle decisioni, conta il coraggio delle visioni, non contano i giorni. Il tempo del potere può essere sprecato anche nella sola preoccupazione di conservarlo. Oggi noi abbiamo, come accadde ai governi dell’immediato Dopoguerra, la possibilità, o meglio la responsabilità, di avviare una Nuova Ricostruzione. L’Italia si risollevò dal disastro della Seconda Guerra Mondiale con orgoglio e determinazione e mise le basi del miracolo economico grazie a investimenti e lavoro.”

Questa è la sfida. Questo è il riferimento storico all’unica stagione dal dopoguerra a oggi in cui il Mezzogiorno ha avuto ritmi di crescita superiori a quelli del Nord come era giusto allora e come è ancora più giusto oggi perché qui c’è il maggiore potenziale di crescita del Paese. C’è una indicazione molto chiara di governance presso il ministero dell’economia del Recovery Plan e del necessario confronto con le Regioni che è oggi obbligatorio ma che non vuol dire autonomia e che si deve muovere dentro un disegno Paese. C’è un tema di legalità e di sicurezza che riguarda territori e filiere e va tenuto ben presente perché i profittatori della crisi di liquidità da pandemia sono in azione. C’è una visione dell’impresa e dei suoi primati molto chiari e una consapevolezza che il turismo e la cultura sono capitale umano che non si può perdere. C’è un dato maturo che riguarda la irreversibilità dell’euro che libera l’Italia dal cappio no euro dei mercati e il valore della carta Draghi nel G20 e nel Cop26 che si farà sentire sui terreni decisivi del multilateralismo.

C’è, soprattutto, molto da lavorare perché tutto quello che è stato fin qui esposto non è facile dirlo, ma molto più complicato metterlo in pratica in un un Paese come il nostro. Bisogna ringraziare il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per la forza della proposta messa in campo e per avere convinto Draghi a accettare la sfida. L’obiettivo è fare cambiare direzione al Paese. Senza la fiducia e senza la mobilitazione delle coscienze la partita è persa in partenza. I professionisti delle chiacchiere, che sono l’insidia più pesante per l’attuazione di questo complicatissimo programma di legislatura, si ricordino che è in gioco il futuro dei loro figli e che non esiste un altro Draghi per sostituire il primo dopo averlo affondato.


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