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Mario Draghi durante il suo intervento alla Camera sul Recovery Plan

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Di fronte a un programma di investimenti produttivi, non di assistenzialismo, che vale tra il doppio e il triplo di quanto speso dalla Cassa del Mezzogiorno nel decennio d’oro (51-61) del Dopoguerra, si ha la sfrontatezza di dire che il treno non c’è o che mancano le stazioni che sono poi quelle degli amici degli amici. Il punto invece è che solo noi ora possiamo fare deragliare il treno. Ma chi siamo noi? Quelli che si inventano i movimenti e cercano poltrone e prebende per loro arrivando fino al punto di negare la realtà o chi vuole aprire gli occhi a tutti e fare capire che cosa si deve fare per sfruttare davvero questa occasione?

Draghi come De Gasperi per il nuovo Dopoguerra. Siamo alla seconda Ricostruzione e abbiamo il secondo De Gasperi. Serve la stessa coerenza meridionalista. Dobbiamo vigilare, ma dobbiamo crederci. L’Italia ha bisogno di un nuovo governo De Gasperi di unità nazionale e ha la fortuna di avere il nuovo De Gasperi. Si chiama Mario Draghi. Sono solo alcuni dei titoli e dei sommari delle aperture di questo giornale del febbraio scorso.

C’è un capitale di reputazione e di credibilità della persona (Draghi) che rende meno vulnerabile il destino del Paese e che affonda le sue radici in valori come “il disinteresse” nella democrazia economica, “la virtù del carattere” per la democrazia politica e “il bene comune” degli “uomini disinteressati” che appartengono alle parole citate di De Gasperi del ’43 nel discorso di ieri alla Camera. Lo sanno bene i fondi anglosassoni che hanno deciso di investire sull’Italia spostando i capitali dalla Spagna perché si fidano di Draghi. Ora dobbiamo dimostrare di saperlo anche noi. Devono dimostrare di crederci gli azionisti politici del governo di unità nazionale rendendosi conto che in questo Recovery Plan “c’è la misura di quello che sarà il ruolo dell’Italia nella comunità internazionale”.

Che torneremo a avere la credibilità e la reputazione come Paese fondatore dell’Unione europea e protagonista del mondo se faremo l’esatto opposto di quello che abbiamo fatto negli ultimi venti anni. Se saremo capaci non di annunciare ma di fare le riforme della macchina italiana degli investimenti pubblici, a partire dalla nuova governance, della giustizia civile e della pubblica di amministrazione prima di tutte esattamente come è scritto nel Recovery Plan e, cioè, nelle scadenze strettissime e nei termini in esso indicati. Questo è lo spartiacque tra vecchio mondo, ultimi per crescita in Europa, e nuovo mondo da ricostruire dove sono in gioco i valori civili e le vite delle persone prima di ogni altra cosa. Soprattutto dei cittadini più deboli. Soprattutto del Mezzogiorno, delle donne, dei giovani.

Questo è il senso profondo della sfida di Draghi. Siamo di fronte a una retorica sua che è antiretorica. Come De Gasperi veniva dopo la retorica demagogica dei grandi dittatori che era solo fumo, anche lui viene dopo due decenni di retorica populista che è solo fumo. Anche Draghi ha scelto questa cifra. Consapevole dei problemi non semplicemente consapevole delle parole d’ordine che vengono richieste dal rumore mediatico che è quello del declino italiano e della solita politichetta del nulla quotidiano. Siamo di fronte alla nuova coerenza meridionalista dei fatti. Draghi ha messo il treno del Mezzogiorno sui binari, prima non c’erano né i binari né il treno.

Ora possiamo salire sul treno che vale il 40,47% (82 miliardi) del solo Pnrr con oltre il 50% delle risorse per le infrastrutture della mobilità sostenibile, il pieno dell’alta velocità ferroviaria, il 48% della banda digitale ultra-veloce, oltre 14 miliardi per scuola e ricerca, il 44,6% della transizione ecologica, ma che è destinato a salire fino al 60% dell’intero programma italiano con i 9,4 miliardi dell’alta velocità e capacità ferroviaria Salerno-Reggio Calabria, 1,8 miliardi tra portualità, logistica e Zes, una quota maggioritaria dei 4,6 miliardi destinati agli asili nido, 16 miliardi restituiti al Fondo di coesione e sviluppo. Sono tutti questi gli interventi inseriti nel piano di accompagno che ha le stesse clausole accelerate del Pnrr ma non i vincoli che li avrebbero dovuto escludere. Non posso dire di fare in pochi anni l’alta velocità e capacità ferroviaria Salerno-Reggio Calabria se prima non faccio l’elettrificazione della rete e non posso chiedere soldi se non ho progetti già esecutivi.

A questo ben di Dio si aggiungono gli 8 dei 13 miliardi dei programmi di React Eu per scuola e lavoro, altre decine di miliardi dei nuovi fondi strutturali, e la riapertura della partita decisiva del Ponte sullo Stretto all’interno della dote riconquistata dal Sud con l’80% del Fondo di coesione restituito. Di fronte a un programma di investimenti produttivi, non di assistenzialismo, che vale tra il doppio e il triplo di quanto spesa dalla Cassa del Mezzogiorno nel decennio d’oro (51-61) del Dopoguerra “perché se cresce il Sud, cresce anche l’Italia”, si ha la sfrontatezza di dire che il treno non c’è o che mancano le stazioni che sono poi quelle degli amici degli amici.

Il punto invece è che solo noi ora possiamo fare deragliare il treno. Ma chi siamo noi? Quelli che vogliono che nei Comuni del Sud si assuma con i soliti criteri elettorali o quelli che vogliamo che si scelgano i migliori con criteri internazionali? Quelli che si inventano i movimenti e cercano poltrone e prebende per loro arrivando fino al punto di negare il più grande investimento dal Dopoguerra a oggi o chi vuole aprire gli occhi a tutti e fare capire che cosa si deve fare per sfruttare davvero questa occasione? Siamo quelli che chiedono che si facciano la governance e le semplificazioni indicate perché i tempi delle fasi autorizzativa, appaltante e esecutiva siano brutalmente tagliati in quanto questa è la prima clausola di garanzia dei progetti buoni del Sud o siamo quelli che investono sul solito clima lamentoso per continuare a fare microclientele mentre tutto rotola? Siamo quelli che ritengono che il premio finanziario sia un merito di chi ha ottenuto queste risorse o piuttosto un merito oggettivo dell’articolo 174 del regolamento comunitario che privilegia le zone fragili?

Diciamo le cose come stanno. Siamo di fronte al treno della storia e il potere di farlo deragliare lo abbiamo solo noi. Bisogna fare invece convintamente l’esatto contrario. Bisogna chiudere la lunga stagione degli interessi costituiti. Vale per il Nord come per il Sud. Vale di più per il Sud perché questa volta riceve molto di più del Nord. Ora il Mezzogiorno deve dimostrare di quanto fanno bene a darci tutte queste risorse non assistenziali. Dobbiamo prendere noi in mano la fiaccola dello spirito repubblicano e tradurlo in fatti che si possono toccare. Dobbiamo dimostrare di avere capito e di saper fare. Altrimenti il Sud è finito per un secolo e l’Italia tutta passa un brutto momento.


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