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Il presidente del Consiglio Mario Draghi

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Il premier ha messo in riga i capetti che avevano avviato le pratiche del solito mercimonio clientelare anche sulla distribuzione dei vaccini privilegiando corporazioni amiche rispetto alle classi fragili. La campagna di vaccinazione è il più potente vaccino della ripresa economica post-pandemica. Perché nessun aiuto o sostegno può minimamente competere con quello della riapertura in sicurezza dell’economia. Il futuro dell’Italia si gioca entro fine giugno. Noi abbiamo molta fiducia in Draghi, ma anche a lui dobbiamo dire che sul decreto unico delle semplificazioni, nuova governance, reclutamenti di qualità e sala progettazioni non deve consentire alcuna mediazione. È vero che dal debito si esce solo con una crescita molto alta, ma senza questi quattro pilastri l’Italia non riparte

Siamo passati dal Paese degli amici degli amici di capi e capetti delle Regioni a un Paese che ha ritrovato la sua coscienza di Stato e un governo capace di spegnere la luce dei clientelismi locali. La “sterzata” è stata quella di una campagna di vaccinazione che conosce e rispetta le sue priorità, si è vista e si tocca ogni giorno nelle case degli italiani. Il governo Draghi ha scelto Figliuolo e, attraverso di lui, ha scelto l’istituzione esercito come catalizzatore di un processo organizzativo che solo con quel metodo può vincere la sfida di una moderna logistica. Il governo Draghi ha messo in riga Regioni insospettabili che avevano avviato le pratiche del solito mercimonio clientelare anche sulla distribuzione dei vaccini privilegiando corporazioni e categorie amiche rispetto alle classi fragili. Dimenticando al colmo dell’arroganza che questa volta il clientelismo non riguardava il posto in più o l’indebito vantaggio economico, mali tanto gravi quanto cronici, ma addirittura la vita delle persone.

Questa campagna di vaccinazione, come lucidamente sostenuto da Draghi fin dal primo momento, è il più potente vaccino della ripresa economica post-pandemica. Perché nessun aiuto o sostegno può minimamente competere con quello della riapertura in sicurezza dell’economia.

Lo stesso pragmatismo emerge in tutti i capitoli del decreto Sostegni bis che vale 40 miliardi. Le regole di utilizzo degli aiuti sono chiare. I settori di riferimento sono quelli oggettivamente più danneggiati dal Covid e al tempo stesso più essenziali per la ripartenza dell’economia. La rotta a favore dei giovani e delle donne taglia trasversalmente i singoli provvedimenti fino al fondo per la ricerca di base che anche se dirà poco a molti è in effetti lo spartiacque tra un Paese che ha rinunciato al futuro o che ci crede ancora.

Questi sono i fatti. Compresa la lezione sull’inflazione temporanea da materie prime che parte dai chip e arriva all’acciaio e al petrolio ma porta soprattutto la buona notizia dei consumi in un’Europa che prova a ripartire e tenta di uscire dalla “terribile” stagnazione che ha prodotto danni in un anno e mezzo superiori a quelli prodotti dalle due Grandi Crisi internazionali.

Il punto vero di svolta, che riguarda l’Italia ma anche la Francia e la Spagna, è che dal debito si esce solo con una crescita molto alta, non con politiche fiscali restrittive. Nel caso dell’Italia, poi, il ritorno alla crescita non può assolutamente essere il ritorno alla non crescita preCovid. Parliamo di un Paese bloccato da vent’anni caratterizzato da una crescita corta che è la somma algebrica dei suoi vizi e della sua strutturale incapacità di superarli.

Ecco perché, come questo giornale sostiene da tempo, il futuro dell’Italia si gioca entro fine giugno e si gioca su tutti i campi di cui partiti e media social e televisivi meno si occupano. Noi abbiamo molta fiducia in Draghi, ma anche a lui dobbiamo dire che sul decreto unico delle semplificazioni, nuova governance, reclutamenti di qualità e sala progettazioni non deve consentire alcuna mediazione.

In fondo la fiducia che lui e il suo governo stanno conquistando in casa si cumula con la fiducia internazionale che non è mai venuta meno sulla figura del Presidente del Consiglio italiano. Siamo arrivati alla carta estrema. Che, per definizione, è l’ultima. Questo, nonostante la nebbia dei parlatori del nulla, ormai cominciano a capirlo in molti. Quindi Draghi deve cercare il massimo di consenso e mobilitare il massimo dell’opinione pubblica, ma deve soprattutto decidere lui perché sulla riunificazione del Paese e sul cambio della operatività della macchina pubblica non può lasciare spazi di manovra a chicchessia. Perché quello che serve è fare l’esatto contrario di ciò che si è fatto negli ultimi vent’anni e tutti sono portatori di un pezzo di interesse che va nella direzione opposta. La forza per catalizzare il meglio da tutti e realizzare una simile inversione a u può averla solo uno come lui che ha già dimostrato di affrontare e vincere sfide apparentemente impossibili. Così è se vi pare, direbbe Pirandello. Così è anche se non vi pare, più modestamente aggiungiamo noi.


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