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Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli

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Bisogna dare ascolto a Manfredi. Perché il credito della persona, la sua competenza/indipendenza di giudizio, e la qualità tecnica delle analisi impongono una riflessione collettiva. Il livello di tragedia della amministrazione che raccoglie supera ogni immaginazione e, purtroppo, è lo specchio di ciò che troppi non hanno voluto vedere e che molti oggi come allora continuano a non volere né vedere né sentire. Siamo al colmo della irresponsabilità della politica che si salda con i vizi del populismo. Nessuno di questi capipopolo della politica può pensare anche lontanamente di continuare ad avere voce in capitolo se non ha avuto nemmeno la decenza, come apprendiamo dalla viva voce di Manfredi, di presentare neppure un progetto, dico uno, per la ristrutturazione delle scuole in una città come Napoli dove l’emergenza di edilizia scolastica non teme confronti. Serve un’operazione verità senza sconti sul passato e bisogna intervenire ora con mezzi finanziari e risorse umane all’altezza. Questo nuovo rinascimento, però, ha bisogno di tutto l’orgoglio del Sud e di impegni pubblici reciproci presi alla luce del sole

Napoli ha con il suo nuovo sindaco, Gaetano Manfredi, il più votato d’Italia, un’occasione irripetibile. Bisogna dare ascolto a Manfredi. Perché il credito della persona, la sua competenza/indipendenza di giudizio, e la qualità tecnica delle analisi impongono una riflessione collettiva. Il livello di tragedia della amministrazione che raccoglie supera ogni immaginazione, questo emerge fuori di ogni dubbio, ma è purtroppo lo specchio di ciò che troppi non hanno voluto vedere e di cui molti oggi come allora continuano a non volere né vedere né sentire. Siamo al colmo della irresponsabilità della politica che si salda con i vizi sopravvissuti del populismo. Sono ormai mesi che questo giornale in assoluta solitudine denuncia il deficit aberrante di iniziativa di buona parte delle amministrazioni territoriali e dei loro reggitori.

Non perdono occasione per protestare contro una sottrazione sistemica di risorse pubbliche, che questo giornale ha denunciato in modo documentale mentre molti di loro tacevano e nessuno si mobilitava, proprio quando si è deciso come giusto di dare al Mezzogiorno la priorità che merita. Per la prima volta nella storia repubblicana italiana dopo gli anni del miracolo economico del dopoguerra e grazie anche alle nostre campagne che hanno cambiato il sentimento comune sul tema.

Non solo non si è riconosciuto per un anno intero che il quadro era profondamente mutato, ma nulla si è fatto per dimostrare da parte di chi protesta che questa volta che le risorse finalmente ci sono loro sapranno fare il loro. Nessuno di questi capipopolo vecchi e nuovi della politica può pensare anche lontanamente di continuare ad avere voce in capitolo a qualsiasi titolo su questo tema se non ha avuto nemmeno la decenza, come apprendiamo dalla viva voce di Manfredi, di presentare neppure un progetto, dico uno, per la ristrutturazione delle scuole in una città come Napoli dove l’emergenza di edilizia scolastica non teme confronti. Siamo molto molto al di sotto della decenza. Abbiamo sfondato il pavimento malmesso delle nostre aule e siamo scesi nei sotterranei.

Chiedo: a chi toccava fare questi progetti? Non ne hanno fatto nemmeno uno perché? Perché non sono capaci, si dice con qualche imbarazzante sicurezza, ma allora perché sapendolo non hanno chiesto nemmeno aiuto? Forse si ha paura di confrontarsi con la competenza? Forse si ha paura di confrontarsi con la realtà? Forse non si potevano continuare a fare i giochetti delle tre carte nei quali De Magistris era maestro sui piani di rientro del debito dove nessuno degli impegni presi è mai stato mantenuto? A questo punto, la cittadinanza ha diritto di sapere, l’operazione verità su quello che è successo e su come ci si è potuti ridurre così va condotta fino in fondo.

Abbiamo il sacrosanto diritto di sapere perché De Magistris andava a fare le sceneggiate nei talk show invece di fare i progetti di ristrutturazione delle scuole. Dobbiamo sapere perché, debito a parte, il sistema amministrativo di Napoli è ridotto così male. Come mai non ha questo glorioso Comune non dico una burocrazia all’altezza, ma nemmeno capace di farsi assistere e di reagire positivamente alle nuove occasioni offerte dal Recovery Plan?

Bisogna ascoltare Manfredi e intervenire con mezzi finanziari e risorse umane all’altezza. Bisogna farlo subito perché un Recovery Plan che vuole riunire le due Italie dove Napoli non gioca in prima fila è un Recovery Plan abortito sul nascere. È ovvio che quando si batte cassa, bisogna essere consapevoli che se la benzina arriva la formula uno targata Napoli dovrà vincere il gran premio o almeno salire sul podio.

Qui non si tratta di chiedere per l’ennesima volta di socializzare le perdite se non addirittura lo spreco e il vizio storico di assumere gli amici degli amici invece di quelli che servono, ma di fare piuttosto partire ad armi pari una stagione completamente nuova. Manfredi che è stato un eccellente rettore dell’Università Federico II di Napoli mai proclivo alla lamentazione, un eccellente presidente dei rettori italiani e un ministro dell’Università e della Ricerca che ha sempre guardato avanti sa bene quanto vale il capitale umano e ha tutte le credenziali per essere creduto nella sua promessa di buon utilizzo delle risorse che chiede.

Questa operazione verità è una prova di maturità della nuova classe dirigente del Mezzogiorno e delimita il perimetro della nuova questione meridionale italiana. Quando il presidente del Consiglio dice che grandi architetti avrebbero fatto progetti di valore uguali per tutte le scuole italiane con lo scopo di aiutare i piccoli comuni a misurarsi con la scarsità di risorse tecniche e le debolezze progettuali mostra consapevolezza dei problemi reali del Paese che ovviamente si aggravano oltre ogni limite nelle aree più arretrate delle Regioni meridionali. Questo giornale rivendica di avere prima di tutti segnalato alla pubblica opinione del Mezzogiorno che non era più tempo di fare cartelli per chiedere soldi che non sono mai stati così tanti e che non sappiamo spendere neppure in percentuali microscopiche, ma piuttosto di chiedere aiuto a risorse tecniche esterne per mettersi al passo con gli altri senza vergognarsi dei propri ritardi.

Le parole di Manfredi di ieri ci dicono che avevamo ragione e, forse, che la malattia è anche più profonda di quella che immaginavamo, ma ci aprono anche alla speranza di un nuovo rinascimento che esce dal folklore dietro il quale si perpetua il sottosviluppo per costruire un futuro fatto di intelligenza tecnica, organizzazione e gioco di squadra, programmi realizzati. Questo nuovo rinascimento ha bisogno di tutto l’orgoglio del Sud e di impegni pubblici reciproci presi tutti alla luce del sole.


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