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La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome

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I Comuni sono autonomi. Le Province sono autonome. Ovviamente le Regioni sono autonome. Allora è chiaro a tutti che in queste condizioni serve un macchinino delicato in grado di gestire con efficienza il Pnrr che è fatto di procedure e di valutazioni accelerate non molto compatibili con tutte queste autonomie. Scadono a novembre i bandi per gli asili nido e il ministero dell’Istruzione ha fatto un accordo con l’Agenzia di coesione che ha assunto altri 200 tecnici per fare in modo che gli asili nido nei piccoli comuni del Sud non rimanessero una chimera. Ha fatto così, se no altro che 40% al Mezzogiorno, si finiva più o meno con lo zero spaccato condito dal solito giro di tante parole a vuoto

Dobbiamo capire che tipo di Paese vogliamo e tutti dovremmo condividere che è il governo che deve decidere. A maggior ragione se siamo in presenza di un governo di unità nazionale che deve fare la Nuova Ricostruzione. Invece continuiamo a chiederci: chi decide? Il governo nazionale? Il governo delle Regioni? Oppure: che fanno le Province? Che fanno i Comuni? A chi vanno i soldi e per fare che cosa? Chi li gestisce insomma questi soldi? Ancora: perché gli istituti tecnici superiori dipendono dalle Province? Perché il territorio non è in carico a nessuno?

A nostro avviso bisogna fare largo ai Comuni ma bisogna dare loro una organizzazione e una gestione tecnica capace di gestire il Piano nazionale di ripresa e di resilienza (Pnrr). Questo è il punto. Questo è il punto su cui costruire il palazzo nuovo. Partendo però dalla realtà prima di tutto e dimostrando di conoscerla facendo scelte che ne tengono conto.

Le Regioni dovrebbero fare la programmazione, ma tranne rare eccezioni la fanno poco e male. Intralciano, non favoriscono l’operatività. Intanto i Comuni sono autonomi. Le Province sono autonome. Ovviamente le Regioni sono autonome quasi per antonomasia. Allora è chiaro a tutti che in queste condizioni serve un macchinino delicato in grado di gestire con efficienza il Pnrr che è fatto di procedure e di valutazioni accelerate non molto compatibili con tutte queste autonomie.

Per dire: terminano a novembre i bandi per gli asili nido e il ministero dell’Istruzione ha fatto un accordo con l’Agenzia di coesione che ha assunto altri duecento tecnici per fare in modo che gli asili nido nei piccoli comuni di montagna del Sud non rimanessero una chimera. Ha fatto così, se no altro che 40% al Mezzogiorno, si finiva più o meno con lo zero spaccato condito dal solito giro di tante parole a vuoto. Anche perché non c’è più nemmeno la Provincia di una volta che provava a fare ciò che loro piccoli Comuni non sapevano fare, ma se la Provincia non ha più queste competenze, mi chiedo, che cosa si aspetta a decidere di fare di dieci piccoli Comuni uno solo che così almeno un paio di geometri vengono fuori? Diciamo le cose come stanno, almeno ne guadagniamo in chiarezza di dibattito. Siamo ormai al dunque e ci sono tre punti di fondo che vanno sciolti, non più elencati.

1. Ciò che si è fatto e che si sta facendo con gli asili nido dimostra che la scuola non può essere considerata solo un servizio pubblico ma un elemento acceleratore dello sviluppo locale partendo dalla comunità locale. Il rapporto tra comunità e sviluppo è fondamentale ma proprio per questo non si può più pensare di guidare lo sviluppo solo dall’alto.

2. Non c’è dubbio che questo è il momento in cui dobbiamo far vedere che tutto lo Stato, da quello centrale ai Comuni, è la soluzione dei bisogni, non la causa delle solite complicazioni. Non si deve solo vedere questa nuova organizzazione. Ciò che si deve toccare con mano è che produce effetti immediati e duraturi.

3. Siamo arrivati alla sostanza delle cose. Dobbiamo fare fronte a un intervento unitario che richiede capacità tecniche da disvelarsi concretamente in un rapporto di continuità tra i diversi livelli dello Stato. Diamo i soldi ai soggetti attuatori sul territorio (i Comuni), li mettiamo anche nelle condizioni di operare e pretendiamo che lo facciano, ma ancora oggi vogliamo che tutto ciò avvenga tenendo conto della programmazione delle Regioni. E questo è il punto delicato di tutta la catena decisionale perché qui casca l’asino.

Diciamocela tutta. Se non vogliamo nasconderci i problemi e evitare di ritrovarci da qui a qualche anno a riparlare dell’ennesimo fallimento, c’è bisogno di agire subito sul tema delle Regioni e di fare un piano coordinato di interventi su un arco di cinque/sei anni partendo da subito. Bisogna decidere oggi come cambiare il modello organizzativo per vedere come si deve fare, ad esempio, per rendere la Regione Campania più efficiente o neutralizzarla nei poteri frenanti. Questo discorso deve valere per tutte le Regioni frenanti. Perché il tema di oggi non è più spostare i soldi ma come fare a rendere tutto il Sud più efficiente uscendo dal cliché impietoso di Regioni meridionali che sono capaci di utilizzare i fondi strutturali con un tasso di impiego pari al 50% di quello delle Regioni del Nord che già è pessimo. Possono anche continuare a riempirti di soldi, ma se non si risolve il problema della capacità di fare spesa buona non si sblocca niente. Oltre al danno arriva la beffa. I soldi ci sono e non ci sono perché esistono ma noi non sappiamo spenderli e, quindi, spariscono.

A questo punto, forse, bisogna fare un discorso almeno su una durata di cinque/sei anni e aumentare l’efficienza di tutte le amministrazioni coinvolte delineando un percorso comune e provando, perché no, a smetterla di litigare ponendo bandierine elettorali insulse su tutto. Bisogna decidere di uscire dalla gabbia della legge di stabilità annuale e di tornare a una programmazione quinquennale esattamente come avviene in Francia. Potrà sembrare una provocazione, ma un meccanismo di gestione nuovo del bilancio pubblico è l’unico che può consentire di uscire da questo massacro annuale della legge di bilancio. Bisogna tornare a parlare di programmazione e di impatto reale del bilancio pubblico. Soprattutto bisogna farlo subito.


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