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Siamo davanti a un sistema di partiti, media e forze sociali che non riesce a vedere mai le cose nel suo insieme. Ognuno ha la sua mancia o mancetta da chiedere senza mai porsi il problema di chi paga. Anche sindacati e industriali hanno il loro “elettorato” da accontentare. Per la riforma fiscale abbiamo a disposizione 8 miliardi, per soddisfare tutte queste richieste di mance e mancette ce ne vorrebbero 80. C’è il rischio di “incasinare” la manovra e di far saltare la possibilità di attuare il primo modulo della riforma fiscale dell’Irpef. Il sindacato dovrebbe battersi per incentivi veri che determinino un’occupazione migliore e non fare critiche al vento senza guardare i numeri. E tutti insieme poi fanno finta di ignorare che siamo davanti a una società della comunicazione che è prigioniera della minoranza delle minoranze

Molti secoli fa papa Sisto V decise di spostare l’obelisco da dietro la Basilica Vaticana al centro di Piazza San Pietro. L’obelisco pesava 350 tonnellate ed era alto 25 metri. Furono coinvolti per gestire la delicatissima operazione circa mille uomini e più di cento cavalli. Affinché ogni ordine delle squadre coinvolte si potesse sentire distintamente e, soprattutto, poiché si era creata da giorni nella piazza una folla rumorosa incapace di rendersi conto delle complicazioni e dei rischi dell’operazione, il Papa arrivò a minacciare di morte chi continuava a fiatare in modo così sgangherato. Nel silenzio generale a fatica conquistato, però, si videro le funi surriscaldarsi pericolosamente e un ingegnere ligure violando la consegna gridò in dialetto stretto: “Daghe l’aiga ae corde!”. Che vuol dire: “Acqua alle funi”. Si salvarono le corde e l’obelisco. L’ingegnere fu ricoperto di onori e privilegi dal Papa.

Oggi che tutti continuano a fare rumore come se nulla fosse mentre siamo alle prese con il nuovo ’29 mondiale ci vorrebbe che l’opinione pubblica ripetesse in coro l’urlo dell’ingegnere ligure: “Acqua alle funi”.  Smettetela, per piacere, con questo chiacchiericcio irresponsabile che sta facendo saltare il Paese. Smettetela con questa commedia dell’arte dove le TV commerciali e la TV pubblica, eccezioni a parte, si rubano le maschere l’una con l’altra come se queste maschere fossero davvero la voce del Paese e tutti stanno al gioco. A volte simulando meraviglia o scandalo perché si dà troppo spazio ai no vax. Fanno tutti finta di ignorare che siamo davanti a una società della comunicazione che riflette la minoranza delle minoranze.

Siamo davanti a un Paese isterico che non riesce mai a vedere le cose nel suo insieme e che ogni giorno impegna partiti e media televisivi a trovare un argomento che è sempre da ultima spiaggia. In un mondo ormai malato della comunicazione sono tutti quotidianamente alla ricerca della strega giornaliera e, cioè, di una robina che diventa il mondo intero affiancati in modo impareggiabile dai partiti e dai Capi di partito che non hanno mai un’idea di Paese e che hanno invece tutti un’idea del proprio elettorato.

Ognuno ha la sua mancia o mancetta da chiedere senza mai porsi il problema di chi paga. Anche il sindacato ha un suo elettorato che sono i pensionati, una volta parlavano solo dei lavoratori, o ha manifesti populisti da lanciare. Perché dicono di abbassare l’Irpef ai redditi bassi quando tutti sanno che non la pagano. Siamo nella fascia zero fino a ottomila euro perché i venti euro in media al mese di Irpef sono annullati dalle detrazioni di base per la no tax area.

Questi redditi sono figli del lavoro nero e del lavoro discontinuo e il sindacato dovrebbe battersi per incentivi veri che determinino un’occupazione migliore, non fare critiche al vento senza guardare i numeri.

Il punto di fondo è che ognuno dei partiti insegue qualche decimale di consenso in più oggi dimenticando che verrà inseguito dopo con i forconi quando gli elettori si renderanno conto di quanto debito è caduto sulle loro spalle per colpa di quelle mance o mancette. Per cui la Lega vuole la Flat Tax, Forza Italia vuole abolire l’Irap, il Pd con Orlando insegue in qualche modo i sindacati e chiede ancora altro che costa. Tutti pretendono di usare questo o quello di pozzi misteriosi di quattrini per assumere di qui e di là, per sanare il caro bollette da caro materie prime che è un problema urgente per le famiglie certo (va fatto) e che costa tanto, ma già che ci siamo perché non chiederlo anche per le imprese che costa tantissimo. E poi i bonus per l’edilizia molto generosi e molto utili per la ripresa, ma che non possono essere ovviamente all’infinito e invece sì, non basta che restino molto favorevoli, devono essere favorevolissimi. Tanto il conto lo paga lo Stato, cioè, noi, anche chi la casa non ce l’ha e perderà pure il lavoretto che si è trovato. L’importante è dire agli elettori: noi siamo qui, noi oggi abbiamo ottenuto questo per voi. Dimenticavo il partito delle imprese che dopo avere avuto di tutto di più moltiplicato al cubo non è ovviamente d’accordo con l’intervento strutturale sull’Irpef a favore del ceto medio e ha la sua nuova, ennesima lista della spesa.

Per la riforma fiscale abbiamo a disposizione 8 miliardi, per soddisfare tutte queste richieste ce ne vorrebbero 80. Forse di più. Siamo davanti al rischio di un effetto domino, coperto dal solito rumore mediatico del nulla irresponsabile, che “incasina” la manovra e fa saltare la possibilità di attuare la delega fiscale. Come era stato lucidamente pensato applicando il primo modulo della riforma in modo da mettere a frutto il buon lavoro fatto in parlamento e cogliere l’unica finestra di opportunità di tempi, soldi e spazi fiscali che abbiamo davanti a noi. Perché vorremmo ricordare a tutti quelli che bussano a soldi che tra onda lunga dell’inflazione, tassi più alti, tapering e a seguire, si spera mai, il rischio di una nuova spirale prezzi-salari, è evidente che con il 2022 i margini di manovra per un intervento fiscale strutturale sono destinati a chiudersi.

Guardiamo in faccia la realtà e parliamoci chiaro. L’Ocse, non il governo italiano, formula stime di crescita per il 6,3% nel 2021 (il dato finale sarà migliore) e per il 4,6% nel 2022. Sono due dati che cumulati vogliono dire che in dieci mesi di governo di unità nazionale non solo l’economia italiana è diventata la locomotiva europea, ma che con un 11% di crescita in due anni recupera prima di tutti gli altri i livelli pre-Pandemia e raggiunge l’obiettivo mai conseguito di riconquistare anche i livelli pre-crisi 2008. Quelli che l’Italia della crescita zero di prima non aveva mai raggiunto unica in Europa, mentre tutti gli altri sì. L’Italia di oggi consegue risultati nettamente superiori a quelli delle economie tedesca e francese e ha anche la possibilità concreta di annunciare che ha realizzato il primo modulo di una riforma fiscale strutturale attesa da decenni. Che messa in fila con quelle della giustizia penale e civile e con le tante della pubblica amministrazione e dei nuovi reclutamenti, soprassedendo su molto altro, delinea in modo organico un disegno riformatore compiuto da grande Paese e dà sostanza alla nuova reputazione internazionale riconquistata dall’Italia sotto la spinta del consenso che accompagna la figura di Mario Draghi. Questi sono i fatti che il circo mediatico del rumore ignora di principio privando il Paese di un dibattito della pubblica opinione all’altezza del cambiamento in atto.

Guardiamo in faccia la realtà fino a che siamo in tempo e poniamoci un interrogativo: davvero pensiamo di essere un Paese che non ha soluzioni ai suoi problemi nonostante tutto ciò che è stato fatto o bene avviato e che deve essere proseguito? Sì o no? La pensiamo così o abbiamo piuttosto voglia di ripetere l’urlo dell’ingegnere ligure in piazza San Pietro perché il carnevale delle maschere di oggi cessi o si dia per lo meno una regolata? Abbiamo consapevolezza di qual è la posta in gioco o anche noi ci stiamo lasciando prendere dal teatrino autoreferenziale? Saremo in grado di dire ai partiti che il nostro voto non lo avranno più? Possiamo almeno chiedere loro di smetterla di giocare con il Quirinale e di rendersi conto che la stagione della propaganda conduce solo al default sovrano? Tocca a noi farci sentire. Perché durante le grandi crisi il sentimento comune può essere la saggezza che salva il Paese. Deve riconoscersi e farsi sentire. Deve diventare il patrimonio del cambiamento. Non esistono alternative.

P.S. Sentiamo di dare una lode al direttore di Sky Tg24, Giuseppe De Bellis, perché nel circo mediatico della grande fuffa assicura un’informazione in tempo reale senza riguardi per nessuno, ma che aiuta a capire e non diffonde allarmismi. I numeri quotidiani sul Covid del vicedirettore, Alessandro Marenzi, il rigore delle diverse comparazioni, fanno la differenza e rendono tutti più consapevoli.


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