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Sergio Mattarella e Mario Draghi

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Questo vuol dire che ora siamo per tutte le agenzie di rating uno scalino sopra l’ultimo dei titoli sicuri. Se uno va sotto l’ultimo scalino i fondi pensione americani per statuto non possono più comprare i titoli sovrani di quel Paese. Che per un’Italia a altissimo debito è l’anticamera del default. Se in meno di un anno di governo Draghi Fitch passa da una bocciatura a una promozione dell’Italia pesano di certo i buoni dati del Pil, ma ancora di più la riforma fiscale che arriva dopo quella della giustizia penale, le riforme della pubblica amministrazione, della nuova governance del Recovery e dei reclutamenti di qualità, nonché gli interventi di riequilibrio territoriale mai attuati prima nella scuola e la riforma avviata della giustizia civile. Questo è il cambio di stagione

SIAMO in pochi mesi tornati a essere l’Italia del miracolo economico del Dopoguerra per tassi di crescita, ma è la risalita degli investimenti pubblici e privati che fa sperare che il 2021 segni l’inizio di una stagione nuova. Questo è il risultato del governo di unità nazionale guidato da Mario Draghi e voluto da Sergio Mattarella. Non ce ne rendiamo conto perché appena cominciamo a prendere la testa del gruppo esplode la voglia di dividerci. Perché a noi piace stare indietro e fare rumore per cui se il vento ben indirizzato ci porta a correre dobbiamo almeno scontrarci.

Abbiamo un’infinità di problemi di macchina esecutiva da risolvere che sono il portato di venti anni di frazionamento miope della responsabilità, ma abbiamo fatto una crescita che brucia tutte le previsioni della Nota di aggiornamento del documento di economia e di finanza (Nadef) e di tutti i previsori interni e esteri e che, di mese in mese, continua a bruciarle. Per ora siamo a un +6,3% del Prodotto interno lordo (Pil) acquisito rispetto al +4,5% di aprile. Abbiamo dato la prima prova quantitativa di come solo con una robusta crescita si può fare scendere il rapporto debito/Pil correggendo in corso d’anno al ribasso una previsione del 160% fino al 154%.

L’agenzia americana Fitch ha migliorato il rating dell’Italia da BBB- a BBB con outlook stabile. Che sarà mai, direte voi, un meno tolto! E no, perché con la mossa di ieri Fitch dà una promozione piena al governo Draghi e leva quel meno che aveva scritto accanto alla BBB sui nostri titoli di Stato a fine aprile 2020. Quando, addirittura con un rating fuori calendario aveva deciso, unica fra le big four, di far suonare a sorpresa l’allarme sui BTp di un’Italia allora in pieno lockdown.

Questo vuol dire che ora siamo per tutte le agenzie di rating uno scalino sopra l’ultimo dei titoli sicuri. Se uno va sotto l’ultimo scalino i fondi pensione americani per statuto non possono più comprare i titoli sovrani di quel Paese.  Sei fuori dall’investment grade. Che per un Paese come l’Italia a altissimo debito è l’anticamera del default. Quel declassamento a sorpresa del 2020 di Fitch la dice lunga su quale fosse il giudizio degli investitori globali sull’Italia prima del governo di unità nazionale e la dice anche un po’ sulla malsana tentazione dell’agenzia di farci perfino scendere sotto l’ultimo scalino. Invece no, ora succede il contrario. Anche  Fitch ci porta più su dopo le valutazioni positive di altre agenzie di rating (S&P, DBRS e Scope Ratings) che promuovono tutte insieme la linea di politica economica perseguita dal governo di unità nazionale e l’esigenza di proseguire con vigore sulla strada delle riforme e degli investimenti in linea con il piano concordato con l’Europa.

Parliamoci chiaro. Il dato politico è che le fibrillazioni dei partiti e le obiezioni sindacali sul primo modulo della riforma fiscale dell’Irpef (7 miliardi) sono di stretta contingenza “elettorale” politica o sindacale mentre Draghi e Franco impostano una riforma strutturale dell’Irpef, la condividono con i  partiti della coalizione e giustamente non la cambiano al primo refolo.

Insomma: tu la presenti alle parti sociali, ma non è che la cambi alla prima critica. Hanno deciso di attuare subito il primo modulo della riforma dell’Irpef, perché con 7 miliardi a disposizione questo puoi fare. Per cui dai subito sollievo soprattutto ai redditi da 35 a50 mila euro dentro una curva realmente progressiva che è del 23% fino a 15 mila, del 25% fino a 28 mila,  del 35% fino a 50 mila e del 43% sopra i 50 mila. Il secondo modulo ancora più progressivo nelle intenzioni del governo passa da 4 a 3 aliquote (23, 33 e 43%) e è in calendario nella prossima primavera per entrare in vigore nel 2023. Servono altri 4 miliardi. Dopo la riforma Visentini del ’71 entrata in vigore nel ’73 questo è il primo impianto strutturale di intervento su un altro tema strategico.

Se in meno di un anno Fitch passa da una bocciatura a una promozione dell’Italia pesano di certo i buoni dati del Pil, ma ancora di più la riforma fiscale che arriva dopo quella della giustizia penale e l’en plein del ministro Renato Brunetta per le riforme della pubblica amministrazione, della nuova governance del Recovery e dei reclutamenti di qualità, nonché gli interventi di riequilibrio territoriale mai attuati prima nella scuola e la riforma avviata della giustizia civile. Questo è il punto strategico che vale per l’oggi e per il domani chiunque ci governi. Questo è il tracciato che il Capo dello Stato dovrà garantire. Chiunque sia.


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